lunedì 30 gennaio 2012 23 vostri commenti

Proprio li dove non mi vedi

Il mio nome?
No, non te lo dico. Intanto lo dimenticheresti tra qualche passo. Si gira l'angolo e il mondo cambia subito  e noi come per magia non ci siamo più.
Ho 12 anni si, questo te lo dico. 
Mi puoi trovare qui durante la settimana, davanti a questa libreria, a volte anche al domenica. Sai ormai ci sono anche affezionato è un po' come se conoscessi tutti.  Quello che entra e non compra mai niente, quello che per non parlarci fa finta di telefonare, quello che prova a tirare dritto ma poi il senso di colpa lo assale si ferma e ci da qualcosa, quello che è venuto prima con una donna e poi con l'altra. Ah... poi c'è quello che viene ogni giorno, deve essere un pozzo di scienza quello li con tutti i libri che compra... mah!
Sai, ci sono dei pomeriggi che non passano mai, soprattutto la domenica, ma peggio di tutti è la mattina dei giorni festivi. In quelli neanche i soldi per un Goleador, si dai quelle liquirizie lunghe che i vostri figli prendono a quintali...
La mattina mi tocca andare a scuola già... ma a vole salto vengo qua, se non ci sono gli altri quelli dei libri. Io almeno vendo accendini, fazzoletti insomma un po' di roba che può servire dai.
Che poi a pensarci bene cosa serve veramente? Mah...
Ecco ecco... guardalo è lui lo vedi, ora si aprono le porte automatiche, esce, prende il telefono fa finta di parlare, ci controlla con la coda nell'occhio e tira dritto.
Ogni volta la stessa scena. 
Va beh... Amico sai quali sono le persone che proprio non sopporto? Quelli che non ti guardano nemmeno, come se al nostro posto solo aria, tu gli parli, provi a fermarli e loro niente. Credimi preferisco quelli che mi mandano affanculo. Almeno esisti dico io no?!?
Alla fine siamo tutte persone, dobbiamo mangiare tutti.
Già...
Ora vado, la pausa è durata anche troppo. Sai quanto mi sei costato? Come minimo 20 centesimi...scherzo... si ci vado a scuola, non ti preoccupare.
Ci vediamo qua.
venerdì 27 gennaio 2012 23 vostri commenti

Un operaio, un bambino e una coppola di 33 anni

Ho sempre voluto comprarmi una coppola. 
E oggi piove.
Mio padre non ha mai amato i cappelli.
Freddo, gelo, pioggia ma niente cappello. Faceva la strada da casa all'Italsider in autobus o a volte a piedi... ma niente cappello, e guai a dirglielo.
33 anni fa pioveva a Genova, forte. 
Ero un  bambino di tre anni e mezzo col caschetto biondo, chissà l'avrò visto rientrare in casa come tutte le altre volte stanco. 
Era il 27 gennaio del 1979. 
Ma non era un giorno come gli altri e la stanchezza era di un altro tipo. 
Ricordo che anni dopo in casa spuntò una coppola, grigia con quadratini rossi. Un cappello pieno di storia, testimone di quel giorno, comprato da mio padre durante i funerali. La rabbia era tanta e il dolore così alto che anche il fisico probabilmente aveva bisogno di un aiuto. 
Forse erano le lacrime di tutti accompagnate dalle domande, dai perché, dall'orrore ma il cielo quel giorno era più grigio del solito. Pioveva forte e quei 250mila ombrelli in piazza de Ferrari non nascondevano comunque quelle donne e quegli uomini, li presenti per dare risposte, per stare vicino all'amico Guido Rossa ucciso tre giorni prima, al compagno, all'uomo e alla sua famiglia.


E poi negli anni quella frase detta ogni tanto da mio padre "lo hanno lasciato solo". Parole che mi ritornano in mente ogni volta che passo davanti a quella statua che lo ricorda, nel centro della mia città, che ci ricorda di avere MEMORIA, unica arma che ci consente di andare avanti e guardare oltre, tenendo ben presente il passato, l'assurdità della violenza. Le stesse parole che pronunciò Lama, segretario della Cgil, durante le esequie..."lo abbiamo abbandonato".
Oggi piove.
Mio padre continua a non mettersi il cappello. 
Sulla testa porto una coppola. 
Quella coppola, per ricordare sempre.

giovedì 26 gennaio 2012 24 vostri commenti

Entrano, ti prendono e ti portano via

A volte bussano, a volte non lo fanno nemmeno, a volte sfondano, magari suonano, chiedono permesso, oppure non entrano nemmeno e a volte entrano...
Dipende da cosa fai, chi sei e cosa hai. 
Già perché se magari sei un calciatore, ma uno di quelli che conta mica l'ultimo pirla, e hai scommesso e venduto partite, magari  bussano, ti parlano, potrebbero chiederti anche un autografo e ti accompagnano gentilmente da loro. Qualche giorno li dalle loro parti, certo, ma poi si torna a casa.
Se poi hai fatto del bene alla patria, sei riconosciuto, sei uno delle istituzioni che ogni tanto ha preso qualcosa dai bilanci, gonfiato preventivi, truccato gare d'appalto aiutato amici degli amici. In quel caso prima di bussare chiedono, ci pensano, accennano con la mano, la ritirano, poi lo fanno e ricevono riposte di solito negative. E quindi poi se ne vanno.
Beh se sei un politico non vale nemmeno più la fatica di provarci perché c'è sempre il salvataggio in extremis, se invece hai qualche amico in diretto collegamento con l'alto dei cielo puoi dormire ancora più tranquillo perché in quel caso, non si fanno nemmeno richieste.
Oppure sei uno di quelli che ha investito, che ha dato del lavoro, uno di quelli che "le tasse sono una menata", uno di quelli con appartamenti in centro intestati all'amico ritrovato, uno di quelli col Suv e un reddito dichiarato di 12mila euro. Beh allora prima sicuramente suonano, ma non alla tua porta no suonano a quella del vicino sfigato, che si sa il pesce piccolo disturba anche meno.
Ma se protesti, se domandi un mondo migliore, se le ingiustizie ti fanno incazzare, se sei uno che non riesce proprio a sopportate il sopruso, la repressione,  se per te chi vive in un posto dovrebbe scegliere la qualità della propria vita...allora in quel caso sei rovinato. 
Già perchè vengono sicuramente, non suonano neanche, devi aprire immediatamente e se non lo fai sfondano te e la porta, nell'indifferenza totale entrano dentro.
Ti prendono.
lunedì 23 gennaio 2012 26 vostri commenti

Dacci oggi il nostro orrore quotidiano

Una tibia presa a calci, un perone che salta, escoriazioni da tutte le parti, insulti, spintoni e botte.
Che cosa è l'orrore?
Una donna colombiana di 24 anni,  ferma in una piazza di Genova, notte tarda, ma ci sono ancora in giro persone e un gruppo di ragazzi? uomini? che giocano a calcio.
Si ma che cosa è l'orrore?
Un calcio più forte alla palla, e il volto della donna viene raggiunto da una pallonata, volontariamente? involontariamente? Non è questo il punto.
Il punto è cosa è l'orrore?
Non arrivano le scuse. No. Arrivano i calci ma questa volta a prenderli non è la palla ma il corpo della donna che viene massacrata dal branco lasciata a terra con tibia e perone fratturati.
Ecco cosa è l'orrore.
E' in quelle lastre, in quei ragazzi che è impossibile chiamare uomini.
L'orrore è negli anziani maltrattati nell'ospizio di San Remo.
Nei silenzi di quelli che hanno visto quella ragazza colpita più volte e non hanno fatto niente.
Nei silenzi di coloro che sapevano che quei poveri anziani dovevano subire ogni giorno violenze fisiche e psicologiche.
Lo stesso orrore che troviamo a volte nei campi di calcio dove ci sono persone che aspettano l'avversario a fine partita non per dare la mano, no, lo aspettano con un paio di forbici  per vendicare un "torto" subito in campo.
Oppure quello di  un tredicenne e di un sedicenne che partecipano ad una rapina.
Si l'orrore è quotidiano.
Il silenzio pure.
giovedì 19 gennaio 2012 15 vostri commenti

Quale verità?


galileo  Parlate pure: il vostro abito vi dà diritto di dire tutto quel che volete.
fulgenzio    Ho studiato matematica, signor Galilei.
galileo Questo può tornarci utile, se vi induce ad ammettere che due e due possono anche fare quattro.
fulgenzio   Signor Galilei, non ho chiuso occhio da tre notti per tentar di conciliare il decreto, che ho letto, con le lune di Giove, che ho viste. Stamattina ho deciso di dire la messa e poi di venirvi a trovare.
galileo    Per dirmi che le lune di Giove non esistono?
fulgenzio    No. Sono riuscito a convincermi che il decre­to è stato saggio. È servito a rivelarmi quanto possa essere rischiosa per l'umanità un'indagine libera da ogni freno: tanto, che ho preso la decisione di abbandonare l'astronomia. Ma ho pure sentito il bisogno di esporvi alcuni motivi che possono spingere anche un astronomo, quale ero io, a interrompere lo studio delle scienze esatte.
galileo    So benissimo quali sono questi motivi.
fulgenzio   Capisco la vostra amarezza. Alludete a certi poteri straordinari di cui dispone la Chiesa.
galileo    Chiamateli pure strumenti di tortura.
fulgenzio  Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell'ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro ma­gro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal lavoro reggono un coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste una sorta di ordine riposto, una serie di scadenze: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell'uliveto, le decime da paga­re... Le sventure piovono loro addosso con regolarità, quasi seguendo un ciclo. La schiena di mio padre non s'è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell'uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi a intervalli sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso. Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde in loro lo spetta­colo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campicello e della chiesetta, la spiegazione del Van­gelo che ascoltano la domenica. Si son sentiti dire e ri­petere che l'occhio di Dio è su di loro, indagatore e qua­si ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova reci­tando ciascuno la grande o piccola parte che gli è asse­gnata... Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininter­rottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro soppor­tazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura, che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l'oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il coltelluccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c'è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stes­si, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere cosi, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un me­rito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del San­t'Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d'animo.

2000 anni di storia dell'uomo in un opera di Bertolt Brecht, "Vita di Galileo".
Il bisogno dell'uomo di sapere che in fondo dopo ci sarà qualcosa, una luce di speranza che non bada alle classi o l'oppio dei popoli spiegato in maniera chiara e limpida?
Troppo piccoli per sapere? Mai sapere o meglio non sapere?
Una risposta "ai materialisti con il chiodo fisso" o una risposta che è sempre meglio nascondere?
Convivenza tra scienza e religione?
Verità plasmata per governare, per il potere? 
Verità da limare?
Verità unica?
Verità da nascondere per proteggere? 
Verità per arricchire? 
Verità di fede o fede?


martedì 17 gennaio 2012 35 vostri commenti

Incommentabile



Qui non ci si erge a tribunale sia chiaro. 
E' solo che ascoltando pochi minuti fa questa telefonata sono davvero rimasto senza parole. 
Incommentabile, inconcepibile direi.
E quelle immagini infrarossi che accompagnano quelle parole mettono ancora più i brividi. Fanno riflettere molto sulla natura dell'uomo. Chi in quei momenti partecipa a catene umane, salva persone e si preoccupa per chi ha vicino. E poi gli altri, già altri.
Tutto ciò spinge anche ad altre considerazioni. Chi siamo veramente? Cosa siamo?
Inconcepibile, incommentabile.
lunedì 16 gennaio 2012 21 vostri commenti

Sommergibili o supposte con la stessa rotta

Questo non è solo un discorso di pacifismo, questo è pura materia di buon senso, di giustizia, di equità e di democrazia.
Ormai sono mesi che i telegiornali e la carta stampata aprono le loro testate con titoli a 24 colonne sullo spread che si alza e si abbassa, sulle banche in pericolo e sul rischio di default dei vari stati. Abbiamo assistito alle proteste sparse per il mondo, ascoltato gli indignados, sfilato e marciato per le strade delle nostre città, trepidato per  Grecia e company.
Poi come per magia vengono fuori queste notizie.
Una bella lista della spesa per sessanta caccia Eurofighter per 3,9 miliardi di euro, fregate francesi per oltre quattro miliardi, motovedette per 400 milioni, e poi carri armati, elicotteri Apache e sommergibili tedeschi per altri 2 miliardi di euro.
Fatta da chi?
Signore e signori tenetevi forte nientemeno che dalla Grecia. Lo stesso paese dove gli ospedali prendono solo in considerazione i casi gravi per mancanza di soldi, lo stesso paese che vuole licenziare e ha licenziato migliaia di dipendenti pubblici, lo stesso delle manganellate alla gente che chiedeva giustizia, lo stesso che sta per abbandonare probabilmente l'euro.
Comprate da chi?
Ritenetevi forte allora signori! Dalla Francia e dalla Germania. Già gli stessi gendarmi finanziari che si aggirano per l'Europa con la bacchetta da primi della classe, chiedendo tagli a destra, licenziamenti a sinistra e tasse di ogni genere. 
Vogliamo finire in bellezza?
Eccoci allora. Siccome a noi italiani piace fare sempre la nostra parte e seguire le mode, abbiamo pensato di aumentare le spese nel 2011 e soprattutto non tagliarle nel 2012. Alla faccia di chi un lavoro non ce l'ha, alla faccia delle fabbriche a rischio chiusura e delle famiglie che si vedranno aumentare le spese annuali.
Insomma ritorna il vecchio slogan "armiamoci e partiamo"... che il default è solo un problema per i poveracci e i sommergibili alla fine vanno a finire sempre dentro al solito posto.

venerdì 13 gennaio 2012 35 vostri commenti

Se ne sbattono il cappio!


Qui sopra...
Luca Leoni Orsenigo da Cantù,  deputato leghista, 16 marzo  1993, durante il discorso del presidente del consiglio Giuliano Amato.

Qui sotto...
"Non siamo mai stati forcaioli"
Umberto Bossi da Cassano Magnago, 12 gennaio 2012, dopo aver salvato Cosentino.

Ecco, la Lega è tutta in queste poche righe, non c'è altro da aggiungere.


giovedì 12 gennaio 2012 21 vostri commenti

In fondo siamo ancora quelli la, siamo questi e saremo anche gli altri

"C'è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. Tale bisogno, i cui contorni sfumano, e che tale può restare per il resto dell'esistenza come una persona incompiuta, ricorsiva, insistente, è ciò che prende il nome di pensiero autobiografico.
Entra a far parte della nostra esperienza umana ed intellettuale soltanto quando gli facciamo spazio; quando si fa esercizio filosofico applicato a se stessi (chi sono e chi sono stato?); quando diventa un luogo interiore di benessere e cura.
...Ciò che è stato poteva forse compiersi altrimenti, la storia avrebbe potuto conoscere altri finali, ma, comunque sia, ora quella storia è ciò che è.
E si tratta di cercare di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte. Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e ricongiungimento. Nel mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo, ci rivediamo alla moviola e, come ebbe a dire Marcel Proust, "sviluppiamo i negativi della nostra vita", ci riprendiamo tra le mani.
Ci prendiamo appunto in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto e, a questo punto, non possiamo che accettare."
Duccio Demetrio - "Raccontarsi - L'autobiografia come cura di sé"

Avete presente quelle cene tra parenti in cui il vecchio zio racconta episodi di 60 anni fa, oppure la nonna che si ricorda ancora quella fotografia dei figli soli davanti a quella vetrina a guardare i dolci inarrivabili, e poi le bombe, le fughe nei rifugi, la bisnonna che metteva la pentola di ragù sul fuoco alle 7 del mattino.
Oppure le serate con  i vecchi amici delle superiori i "ti ricordi" che vengono fuori, episodi della nostra vita ripetuti 20 volte come se non fossero mai stati ascoltati. 
La magia sta proprio nel fatto che nel preciso momento in cui vengono fuori le parole si rivive quell'episodio, quella situazione, quella fidanzata che ci ha lasciato oppure quella che abbiamo mollato noi, quell'amico perso poi ritrovato, quell'incomprensione, l'ansia delle interrogazioni che ti facevano diventare sempre più piccolo sotto il banco e poi puntualmente venivi chiamato.
Quante volte ci siamo sentiti dire "devi parlare con qualcuno"... "devi raccontarle queste cose", specialmente nei momenti bui della nostra vita, già e quante volte magari non l'abbiamo fatto, ci siamo tenuti dentro cose ed emozioni. E poi perché non farlo sempre a prescindere dalla stato d'animo?!?
Ma soprattutto quante volte ce la siamo raccontata, abbiamo mentito a noi stessi, provato a trasformare un fatto vissuto solo per darci ragione arrivando poi anni dopo a dire la classica frase "mah, come avrò fatto a fare una cosa del genere".
E' davvero difficile fare la propria autobiografia, e non di meri fatti attenzione, ma anche di emozioni. Fermarsi e farsi delle domande mai poste prime. 
Quando è stata la prima volta che...
...mi sono sentito al mondo?
...che ho conosciuto il bene e il male?
...che ho voluto bene a qualcuno per la prima volta?
...che ho incontrato l'ingiustizia?
...che ho scoperto la bellezza?
...che vi siete sentiti felici?
...che avete imparato qualcosa di utile?
...che avete giocato?
...che avete pensato qualcosa di importante?
...che vi siete sentiti liberi?
...che avete assaporato il gusto di osservare?
E il ricordo più antico?
Insomma la mia paura è che nella velocità della nostra vita, nella frenesia delle giornate si perda il gusto del raccontare, del parlare con le persone che si hanno vicino, fermandosi solo alla superficialità, perdendo i ricordi della vita che ci ha formato e plasmato. Così lontani da noi nel tempo ma sempre parte integrante di ciò che siamo ora. 
Perché in fondo siamo gli stessi che cadevano dal seggiolone per colpa di un giradischi, gli stessi che giocavano a soldatini o con i pentolini, quelli che hanno fatto la rondine sul un palco, quelli vestiti da Lilltle John,  quelli  dei primi cortei e dell'occupazione, delle prime sigarette, degli sballi, delle storie d'amore che ci hanno fatto disperare innamorare piangere e toccare le stelle, quelli delle delusioni e delle sorprese, quelli traditi e che hanno tradito, quelli che andavano in giro senza casco e ora se lo metterebbero anche in ascensore, quelli che seduti ai banchi di scuola con la Smemoranda distrutta dove i compiti non sono mai stati scritti, quelli che hanno sbagliato e raggiunto traguardi inaspettati, quelli con le risvolte, quelli che si fermavano al distributore per fare la miscela, quelli che si alzavano presto la domenica per impastare con la mamma, quelli che hanno incontrato persone disgustose, che ci hanno fatto del male che in fondo ci hanno fatto anche crescere.
Siamo ancora tutto ciò, raccontiamo.
Non dimentichiamolo mai.
martedì 10 gennaio 2012 21 vostri commenti

I veri sciacalli dell'alluvione... seduti ad un tavolo, in doppiopetto e con mazzette da 500

Si ora puoi camminarci in via Ferreggiano. Puoi viverci. Puoi guardare le case, passare sui marciapiedi, salutare la gente, le famiglie che fanno la spesa, i bambini che giocano nella piazza affianco e al sabato andare al mercato rionale.
Si ora puoi camminarci.
Ma la mente è sempre altrove, lo sguardo non può non voltarsi a guardare quel palazzo dove 6 vite sono state spezzate, non può non voltarsi verso quella curva da dove è sbucato all'improvviso il fiume. Non può non voltarsi verso quelle vetrine ancora rotte, negozi che non hanno riaperto.
Lo sguardo si perde sugli striscioni per ringraziare gli angeli. parole e volti che ci ricordano che tutto può succedere ancora, che il torrente è ancora li, che i soldi da Roma non sono arrivati, che Sestri Ponente aspetta ancora quelli di un anno e mezzo fa.
La gente muore.
Muore anche dopo si. Muore di solitudine delle istituzioni, muore di ricordi di persone scomparse, muore perché ha perso tutto.
Genova è stata colpita di nuovo in questi giorni.
Perché dopo le risate de L'Aquila ora ci sono gli appuntamenti degli sciacalli degli appalti. Quelli che a poche ore dall'alluvione si incontrano già per dividersi gli appalti, con tanto di contanti nel portafoglio per ungere gli ingranaggi giusti. Per fare i lavori urgenti, per prenderseli subito e poi intanto quando finiranno chissenefrega, la cosa importante è arraffare poi se non si hanno i mezzi è lo stesso, poi se i cantieri non si chiudono è lo stesso, magari con un bel po di gente anche in nero.
Si, moriamo ogni volta che succedono queste cose.
Ogni volta che una tragedia finisce ed inizia il valzer dei soldi, degli incontri, delle telefonate, del "mi fai un favore a me che poi lo faccio a te".
C'è ancora il fango negli angoli delle strade, è li fermo, secco quasi a testimoniare per ciò che è accaduto, come un avviso, un monito per tutti e in primis per le istituzioni.
Ma il fango che fa male ancora di più, ora, è quello sulle coscienze inesistenti di questi individui che non si possono neanche definire uomini.

lunedì 9 gennaio 2012 23 vostri commenti

Banda larga e libertà stretta


Una stanza buia, una sola luce da una scrivania. Uno schermo azzurro, una finestrella in mezzo e una barra che non si muove. Non aumenta neanche di un centimetro. Davanti allo schermo un uomo, la cui rabbia è pari solamente al tempo trascorso davanti al computer guardando quella clessidra. Niente ancora niente, passano minuti, si moltiplicano... poi... parte, anzi no, si, ora di nuovo, ora no, ora a singhiozzo... ahhhhhhh...CRASH!

Alzi la mano a chi non è capitato di perdere la pazienza, davanti ad un video che si carica lento, davanti ad un download con la velocità di un CIAO, insomma davanti ad una connessione internet imbarazzante.
Ma cosa ci volete fare a noi piace fare da fanalino di coda in tutte le cose quindi siamo al terzultimo posto anche come percentuale di popolazione che si connette alla Rete almeno una volta alla settimana, davanti abbiamo anche Cipro, Croazia e Polonia, però ragazzi dietro ci teniamo la Bulgaria e il Portogallo. Ma non finisce qui già perchè siamo anche in fondo alla classifica, penultimi,  per quanto riguarda la copertura della banda larga nelle campagne. Stessa posizione per quanto riguarda la copertura totale città campagna con 850 comuni scoperti e 2935 parzialmente scoperti.
Per non parlare poi della velocità! Il 65% degli italiani potrebbe attivare una Adsl a 20 Mega ma solo il 40% poi effettivamente supererebbe i 10 Mega e su questo ha anche preso parola la Commissione Europea, giusto per non farci mancare niente. Quindi ci staremo domandando DI CHI E' LA COLPA? Beh signori e signore la risposta ve la dona come regalo di inizio 2012 il presidente di Telecom cioè il Signor Franco Bernabè... la colpa e degli italiani che usano poco la banda larga disincentivando gli investimenti! 
Si proprio tu che in questo momento stai navigando da casa con  la tua pagina web che lentamente si sta componendo come un mosaico, sei te il problema, te che non credi nella banda larga, te che con il tuo stipendio da fame e le varie bollette non puoi permetterti le "generose offerte" della banda larga e non importa se nel tuo quartiere non arriva, da buon italiano dovresti cambiare casa e andare ad abitare in un posto dove arriva la banda.
Poi il fatto che la Telecom abbia un debito vergognoso è un'altra storia.
E  che non investano nella banda larga dopo le tante promesse è ancora un'altra storia.
Viene il sospetto, ma è qualcosa di più, che ai governi convenga in fondo tutto ciò, tenendo la maggiorparte degli italiani incollati all'informazione di regime che passa in televisione e ai reality del digitale
Perchè tutto sommato la libertà è meglio tenerla STRETTA.




mercoledì 4 gennaio 2012 25 vostri commenti

Mai aprire vecchie scatole!

Datemi retta.
Buttate via tutto. Andate nella vostra camera, nella vostra cantina, negli armadi e nei cassetti e fate piazza pulita.
Si perchè ci sono cose che tornano, le rileggi e  ti danno quel senso di fastidio misto a rassegnazione tale da far dire a quella vocina che ogni tanto appare nella testa... "ma perchè le hai tenute?".
E il bello è che non lo sai nemmeno perchè lo hai fatto.
Consigli degli amici, tienile non si sa mai.
I parenti, non si butta via niente.
E altri, c'è sempre tempo per la spazzatura.
Quindi si accumula, una sull'altra, indietro negli anni, pronte ad essere prese in mano per rivangare il passato, quello che ne hai fatto, che ne avresti voluto fare. Progetti, programmi cose fatte e non fatte.
Più cerchi  e più ne trovi.
Succede, quindi, che un giorno del nuovo anno decidi di fare pulizia.
Una scatola piena che ti attende, quasi ti minaccia da lontano, immaginando quello che vuoi fare di lei. Passo lento di avvicinamento e poi partenza. Eccole li che ti guardano cercando di implorare ti tenerle, che in fondo sono ricordi, che tutte le volte che le prendi in mano è un tuffo nel passato che può fare solo che bene.
Cosa dite?
Lettere di vecchie fidanzate?
No.
Fotografie della gioventù?
Niente da fare.
Regali?
Acqua.
Nulla di tutto ciò... ma BUSTE PAGA!
Datemi retta non tenetele, buttatele nel riciclo almeno a qualcosa possono essere utili. Perchè così è solo  farsi del male come è successo a me questa mattina... una busta paga di 2 ANNI FA uguale a quella di questi mesi.
Poi nelle stanze del potere si domandano come mai non tira l'economia e allora si inventano orari prolungati di lavoro dei negozi, oppure la formula magica del libero licenziamento in libero stato, per non parlare dei rincari di gas, luce, acqua, benzina che naturalmente come tutti sanno sono un forte incentivo per le tasche dei lavoratori. Per non parlare del fatto che continuano a dimenticarsi di quelli che una busta paga non la possono neanche buttare via... perchè non hanno un lavoro.

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