martedì 17 settembre 2019 12 vostri commenti

Il brutto paese

Non possiamo nemmeno più chiamarli barbari come nel 1994. Ora li conosciamo, sappiamo chi sono e spesso sappiamo anche chi li vota. 
Il nostro vicino di casa, un nostro parente, magari proprio il nostro migliore amico. Amicizie e parentele da rivedere probabilmente. 
Quando il vento tira storto per loro ricominciano da lì, da Pontida. Ritirano fuori un pezzo di Padania dimenticata in favore del tricolore e danno sfogo al loro peggior repertorio. 
Come dimenticare Borghezio che spruzza disinfettante sui treni nei posti occupati dalle persone di colore. Per non parlare del "chi non salta è un napoletano". 
L'odio porta odio spesso e la storia ci ha insegnato che il bagaglio che si trascina dietro è qualcosa di spaventoso e abominevole. 
Le ingiurie e gli insulti lanciati contro Gad Lerner fanno male, un video che davvero si ha difficoltà a vedere, un salto nel passato, una sorta di passerella in mezzo ad una galleria degli orrori. Padri e madri di famiglia che usano la parola ebreo come insulto, quel "non sei italiano tu" che in pochi attimi ci riporta ai ghetti e alle leggi razziali. 
Il tutto sotto gli occhi dell'ex ministro dell'interno che per un attimo ha nascosto lo spettacolo agli occhi di Maria e del Vangelo tanto sventolato. 
Un pezzo di Italia che vorremmo disconoscere e con la quale purtroppo dobbiamo fare i conti, perché quello della porta accanto spesso ha scritto il più brutto pezzo di storia del paese.
giovedì 5 settembre 2019 9 vostri commenti

Trottole

E' un attimo. 
Uno va in ferie non avendo mai ascoltato la voce di Conte e con Giggino ministro del Lavoro mentre pontifica sui progressi del governo e al ritorno se lo ritrova come esperto di Risiko e di capitali del mondo. 
Davvero roba di un secondo, quasi un lampo. Un capitano d'agosto  con tanto di caipiroska in mano mentre canta l'inno di Mameli davanti ad una chiappa, degradato in un mese con tanto di biografia di twitter cambiata alla velocità della luce.
Una sorta di giostra impazzita, dalle video conferenze contro il partito di Bibbiano, ai piedi sbattuti per terra per rimanere ministro, dagli insulti ai nuovi che non sono politici di mestiere al facciamo qualcosa di grande insieme. 
Faccio fatica, lo ammetto, la mia cervicale non riesce a stare dietro a tutti questi valzer, a questa politica da microser. 
Le esultanze per il trasloco dal governo della destra mi fanno un po' ridere francamente (non si può che essere contenti dell'assenza di quella gente nella stanza dei bottoni sia chiaro), ma la sinistra dovrebbe ripartire in maniera seria e farsi nuovamente ascoltare sui posti di lavoro. Non può bastare il cambio alla guida del paese. 
Come mi fanno sorridere quelli che urlano vergogna, dicendo che il Pd è al governo non avendo vinto le elezioni, dimenticando che anche la Lega non le aveva vinte e che anche la maggioranza precedente non si era presentata alle elezioni come alleati. Storia vecchia, già successa in questo paese, ma la gente dimentica facilmente. 
In questa modalità di comunicazioni a colori ora siamo nel governo giallo rosso. Vogliono dimostrare qualcosa? Inizino con l'abolire il Job Act.
Utopia.
Non guarisco mai.
Dimenticavo, qualcuno avvisi Toninelli.

domenica 4 agosto 2019 8 vostri commenti

Due per uno

La prima volta che ti ho visto eri dentro un monitor e per vedere la testa ci ho messo un bel po’.
Io e tua mamma invece ci siamo conosciuti all’università più di vent’anni fa quando nn c’erano telefonini e se dovevi dire una cosa a qualcuno dovevi dire tutto e subito. Parlammo tantissimo e diventammo amici.
Cinque anni fa, tra me e te invece fu subito amore e tanta paura di non essere bravo a fare il papà. Ma mi hai messo subito alla prova facendomi guidare per la prima volta la sera delle doglie.
Tra me e tua mamma poi incontri casuali, davanti al vecchio Universale, una cartolina dalla Thailandia e poi al semaforo in attesa di un verde.
La tua prima parola.
Il nostro primo bacio sotto la casa di Colombo e i giri per la città come se fossimo ancora studenti.
Il primo giorno d’asilo e quel grembiulino che non ci capivo il verso.
Dieci anni fa io e tua mamma in giro per l’Italia in scooter, seimila chilometri, dove un po’ hai iniziato a nascere.
Ora gesticoli, fai discorsi e balli Caparezza.
Poi il 4 agosto di tre anni fa. Due anelli, una bimba e i tuoi genitori sposi.
Il resto lo scriveremo insieme.
Buon anniversario occhi belli.
Buon compleanno piccola Greta.
martedì 30 luglio 2019 13 vostri commenti

Vortice

Nei fatti di Roma c'è tutto. 
Un uomo che stava facendo il proprio lavoro ucciso in maniera brutale, un dolore difficile da immaginare per la famiglia. 
Il delirio sui quotidiani con la caccia all'africano, politici che fanno a gara per essere i primi nella corsa alla propaganda, usando termini terribili. 
La confessione di due americani di buona famiglia che fa fare retromarcia a molti paladini della giustizia che rimettono a posto la forca. 
Poi quella foto durante l'interrogatorio e la riapertura del valzer della propaganda con tanto di sondaggio lanciato dal ministro dell'interno sui social. 
La sensazione è quella di essere entrati in un vortice che non si ferma, senza vie d'uscita. Ogni fatto ormai scatena una sequenza delirante di dichiarazioni, post, sondaggi, articoli che sembrano avere la propaganda come unico scopo da una parte e dall'altra. Le vittime spesso vengono dimenticate, l'indignazione dura una frazione di secondo, giusto il tempo di tornare a condividere gattini o il piatto che si ordina alla sera. 
E' un dolore effimero, finto il più delle volte, quello che leggiamo nelle dichiarazioni, nei commenti, una sorta di dovere di presenza. 
Commento quindi esisto. 

venerdì 26 luglio 2019 7 vostri commenti

Chilometri

Pensavo al viaggio e a come cambiamo noi rispetto agli anni passati. 
Per molto tempo ho fatto campeggio. La tenda era una fedele compagna nei chilometri percorsi.  La ricerca della piazzola migliore, i picchetti rotti riciclati, le corde incrociate come tiranti legate agli alberi. 
Ricordo ancora adesso la sveglia in Alsazia, l'uscita dalla tenda e l'incontro a pochi metri con una meravigliosa cicogna ad aspettarci. O quella sera in cui un temporale terribile ci costrinse a dormire in macchina. 
Gli anni della Corsica, appuntamento fisso, la partenza con la pandina del mio ex suocero con tanto di mini gozzo legato sul tetto. Cosa impensabile oggi. Poi solo mare per due settimane e tanto tanto pesce pescato a pochi metri da noi. 
Quella volta che in Borgogna quando il brutto tempo non ci diede nemmeno la possibilità  di dare una forchettata alla pasta, cena finita con una corsa sotto la tenda. Mentre i tedeschi, che in campeggio mangiavano alle 17.30, erano già sistemati da ore. 
Sento ancora l'odore della Scozia e le sue Brughiere,  il caldo sole del Portogallo e la nebbia della foresta nera ad agosto. 
Col passare degli anni e i problemi alla schiena la tenda da prima donna è diventata solo comparsa, portata dietro solo per precauzione, come quella volta in Francia a Mont Saint Michel, come al solito senza prenotare, ma questa volta senza trovare un buco, nemmeno una piazzola. Solo un parcheggio di un albergo che ci permise di dormire in macchina. Dovessi farlo oggi subito dopo avrei bisogno di un osteopata pronto sul posto. 
L'emozione che da il viaggiare senza una meta però credo sia unica. Fermarsi dove si trova, oppure andare avanti, tenda, camera o albergo. Quello che si trova, senza l'ansia di una data. Come il viaggio fatto precisamente dieci anni fa in scooter assieme alla mia compagna, ora mia moglie. 6000 chilometri in giro per l'Italia. Genova, Parma,  Ferrara, Abetone, Lucca, Ravenna, Comacchio,  Brisighella, Arezzo, Firenze, Perugia, Urbino, San Leo, San Marino e molto altro.  Poi il ritorno verso casa attraverso la Garfagnana. 
Avevamo bisogno di viaggiare per capire. E abbiamo capito. 
Difficile ora, non impossibile. 
Mai dire mai. 


mercoledì 24 luglio 2019 11 vostri commenti

Silenzio

Ieri ho finito di leggere  "Il silenzio dei miei passi" ultimo libro scritto da  Claudio Pellizzeni, un ragazzo che qualche anno fa decise di abbandonare il lavoro in banca, un bel posto fisso, per fare il giro del mondo vendendo tutto quello che aveva, lottando contro la fatica e il diabete. 
Per saperne qualcosa di più potete fare un giro sul suo blog
Questo è il suo ultimo libro, dove racconta, il suo pellegrinare partendo a piedi da Bobbio in provincia di Piacenza per arrivare fino a Santiago de Compostela. 
Già qui bisognerebbe fare un bel respiro perché si tratta di circa 2000 km
Claudio li ha percorsi tutti in silenzio. 
Ecco.
Non si stratta di un voto religioso ma di un'esigenza di ascoltare e ascoltarsi in una società che ha deciso di sentire solamente e di porsi sempre meno all'ascolto. 
Un libro scritto davvero bene, pagina dopo pagina si ha l'impressione di camminare accanto a lui, partecipando alle gioie, ai dolori e ai momenti di crisi. 
Mi ha sempre affascinato l'idea di percorrere il Camino, anche se so che non è una cosa da prendere alla leggera e col massimo rispetto nei confronti di chi crede nel suo valore religioso. 
Non si sa mai nella vita, quindi lasciamolo lì come possibilità. 
Credo che sia sempre più difficile trovare il silenzio nelle nostre città, se non impossibile, per gustarlo  per pochi attimi a volte basta fare qualche chilometro nell'interno per capire il suo valore e la sua importanza. 
Abbiamo dimenticato l'importanza dell'ascolto, mettendo al primo posto il dover dire per forza, spesso  riempiendo i momenti di pausa dalle parole  aggiungendo solamente del  superfluo.




venerdì 19 luglio 2019 23 vostri commenti

Uccisero la speranza

Genova 18 anni dopo è cambiata molto. 
Avvolta da una nube di propaganda che la giunta comunale ha saputo tirare su, in linea con la scarsa voglia di partecipazione che sembra essersi impadronita del paese. 
Non dimenticherò mai il mese di luglio del 2001, la voglia di esserci che si sentiva in mezzo alla gente, la sensazione di avere ragione rispetto a tantissime questioni.
Poi nero, come il fumo che saliva da ogni angolo della città. 
Come le divise di coloro che sono stati lasciati liberi di mettere a ferro e fuoco le strade, mentre la polizia picchiava i pacifisti di Manitese in piazza Manin. 
Le cariche contro il corteo dei migranti e quelle corse con la speranza di non essere presi. 
Non c'erano telefonini per potersi rassicurare, solo ansia e qualche cabina del telefono ancora intatta. 
Avevamo ragione e ci hanno massacrato. 
Dopo quei giorni credo sia iniziato il declino di tutto, un movimento che non si è mai più ricomposto che forse commise anche degli errori. Come quello di avere fiducia non organizzando il servizio d'ordine. 
Io ci sono nato in Piazza Alimonda, da quel giorno non riuscii più a vederla con gli stessi occhi, così come la salita da Corso Italia per raggiungere la salvezza verso la Chiesa di San Pietro mentre i manganelli arrivavano da tutte le parti, il 21 luglio, un corteo pacifico attaccato da divise impazzite. 
Donne, ragazzi e anziani tumefatti e umiliati. 
Poi l'aggressione alla scuola Diaz, dove mia nonna faceva la bidella da giovane, e le torture nella caserma di Bolzaneto.
Non perdonerò mai i carnefici di quei giorni perché hanno strappato l'immagine della mia città , di alcuni luoghi della mia infanzia, perché ci hanno reso impotenti di fronte ad un'ingiustizia visibile a tutto il mondo. 
Genova divenne in pochi giorni Buenosaires degli anni 70. 
Ora pochi credo ricordino ancora, forse non vogliono, forse conviene non farlo. Molti parlano con fastidio di quei giorni, relegandoli alle cose dei soliti comunisti. 
Questo siamo diventati, ma quel movimento era una speranza e noi lo ricorderemo sempre.
venerdì 12 luglio 2019 28 vostri commenti

In vetrina

Forse sono in una fase di invecchiamento o magari sono considerazioni dettate dalla calura. Riusciamo ancora a gustarci o a godere i momenti senza aver bisogno di filmare o fotografare?
Basta fare un giro sui social in questo momento e si trovano foto di amici in vacanza mentre fanno colazione, mentre vanno al maremontagnacollinapratoquellocheè, mentre prenotano il ristorante, mentre fanno scarpetta, mentre contestano il conto, mentre escono e pestano una cacca, mentre cercano parcheggio, mentre sparano a bomba l'aria condizionata, mentre stendono l'asciugamano in spiaggiapratoparcoquellocheè, mentre fanno il bagno, mentre fanno merenda e/o aperitivo, mentre cenano, mentre mettono sulla griglia un brontosauro, mentre vanno in albergo/casa. Attendiamo solamente l'ulteriore passo in stile grande fratello con tanto di lavaggi del corpo. 
Ora sia chiaro anche io faccio foto, vedo gente... ah no quella era un'altra cosa, faccio video ma non è che ogni tre secondi metto on line la mia faccia mentre impreco perché non trovo posto con la macchina, oppure mi metto ad intasare i telefoni degli altri. 
Provate ad andare ad un concerto, chiaramente dopo avere chiesto un finanziamento alla Findomestic, e non vedrete più accendini al cielo ma marche di cellulari di ogni tipo svolazzare e riprendere. Non si guarda più il concerto direttamente ma attraverso un vetro, una sorta di vetrina portatile da 800 euro. 
Rimpiango i buon vecchi rullini da 36 foto, quando prima di farle decidevi se aveva senso o no usarne una, l'attesa dello sviluppo a fine vacanza, il giro dei parenti per farle vedere e gli album. Ora probabilmente abbiamo migliaia di foto che nn rivedremo mai ma che abbiamo sparso in giro su Chat e social. 
Finiremo a parlare con la persona che abbiamo ad un metro attraverso una videochiamata. 
Cabine del telefono di tutto il mondo unitevi!

martedì 9 luglio 2019 14 vostri commenti

Chernobyl, 1986. Non si deve sapere.

Era aprile ma c'era un caldo come a ferragosto. 
Avevo 11 anni e ricordo quel giorno come fosse ieri, vestiti a festa per la comunione di un'amica di famiglia. Mio fratello con degli improbabili pantaloni bianchi che negli anni ottanta però andavano di moda e io in azzurro credo. 
Il giardino della suore sembrava il Wyoming, anche i pesciolini rossi del mini laghetto chiedevano pietà.
Non sapevamo nulla. 
Nella Russia sovietica tra la notte del 25 aprile e il 26 aprile del 1986 nel Reattore 4 della centrale di Chernobyl successe una cosa inimmaginabile prima. L'esplosione del nucleo. 
Ora sappiamo molto di quella tragedia. 
La stupidità di un regime che non contemplava la sconfitta, l'errore. Non si poteva ammettere di avere tecnologia inferiore, datata o di seconda mano. Piccoli uomini burocrati che per avere riconoscimenti dal Cremlino se ne fregarono di ogni minima precauzione in termini di sicurezza. 
L'arroganza del potere esercitata su operatori impreparati e inermi. 
Il resto lo sappiamo purtroppo. L'esplosione, il mancato allarme mandando alla morte migliaia di pompieri e soccorritori. Un'evacuazione rimandata perché anche di fronte ad un'evidente sconfitta il regime non può mai ammettere. 
Un disastro che poteva avere un risvolto peggiore di quello che poi ha avuto, una catastrofe globale evitata in parte dal sacrificio di uomini, come i 400 minatori che scavarono per giorni, senza indumenti per il troppo caldo. 
Anche di fronte a tutto ciò il governo russo nascose i veri dati al mondo intero. La notizia della tragedia arrivò al resto del mondo solamente perché la nube tossica venne rilevata in Scandinavia. 
Morti e malattie che si potevano ancora evitare, ma che per la causa sovietica dovevano invece passare nel silenzio.
La serie Tv su Chernobyl ha il merito di tenere alto il ricordo di questa tragedia, di rammentare al mondo intero che la stupidità dell'uomo, del potere si ciba di bugie danneggiando tutto quello che incontra. Storie di uomini come Valery Legasov che hanno avuto il coraggio di denunciare i difetti di quei reattori, pagando con l'oblio questa sua decisione, cancellato dal KGB che non gli ha concesso nemmeno il privilegio della fucilazione, ma una morte trasparente. Divieto di parlare con chiunque, sequestrato nella propria casa.
Il suo suicidio avvenuto due anni dopo la tragedia di Chernobyl ha molto probabilmente messo il regime nelle condizioni di non poter più nascondere la verità, intervenendo anche sugli altri reattori attivi nel resto del paese. 
Questa una frase di Valery Legasov "Ogni menzogna che diciamo contaiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato".
I morti di Chernobyl non si riescono nemmeno a contare, tranne che per l'Unione Sovietica per la quale i decessi furono solamente 31.
lunedì 8 luglio 2019 8 vostri commenti

Quel mare

Estate.
Quelle di tanti anni fa. Mesi di vacanza pura, senza pensieri o impegni. La fine della scuola a metà giugno e da lì in poi fino a metà settembre mare, mare e ancora mare. 
Il posto è lo stesso dove Greta va con noi e i nonni, difficile però da riconoscere. 
Sono cambiate molte cose. Il campetto di cemento sostituito dal sintetico, niente più barche tra le quali nelle ore calde da piccoli ci mettevano a dormire.
Ricordo che trent'anni fa ognuno portava ad inizio stagione l'ombrellone e la sdraio che voleva. Ora tutto standard, tutto uguale per il decoro dello stabilimento. Il nostro era verde se ricordo bene e le sdraio erano quelle con le righine di plastica dura che una volta in piedi lasciavano la sagoma tatuata. 
Adesso sento spesso lamentele sulla qualità del ristorante, una volta era un lusso per pochi. Si partiva da casa con tanto di termos gigante a due strati, sotto il primo e sopra il secondo. Poi tavolate infinite in spiaggia, oppure sotto la cabina. Mica pranzi leggeri, ho visto lasagne e carne fritta servite in spiaggia che nemmeno vi immaginate. 
Il ricordo più bello però è la compagnia. Amici che ancora adesso in parte incontro, altri che hanno preso strade diverse. Si passava il tempo tra giochi nell'acqua, sfida alle onde, partite di calcio o semplicemente lo stare insieme. 
Aspettavamo ore ed ore per poter fare una partita che i "grandi" non ci concedevano mai. Ricordo quell'anno che per protesta occupammo il cerchio di centrocampo, un sit-in durato poco perché ci spostarono di peso. 
I genitori si vedevano solo nell'ora di pranzo e poi alla sera quando ci venivano a cercare per andare via. Il primo giorno quando si arrivava c'erano i saluti rituali a tutta la spiaggia della durata di circa due ore e meza.
Era un appuntamento fisso di tre mesi, perché nella maggior parte dei casi poi durante l'inverno non ci si vedeva. Così come quegli amori nati tra un ghiacciolo e l'altro. 
Ora Greta porta avanti la tradizione di famiglia, stesso ombrellone vicino ad alcune di quelle persone che mi hanno visto crescere, ma adesso tocca a me inseguirla per mettere la crema.
giovedì 4 luglio 2019 10 vostri commenti

MaLa Sanità?

Ogni volta che entro in una stanza del potere mi rendo conto di quanto la mia pazienza stia finendo,  di apri passo alle capacità diplomatiche. Forse sto invecchiando, oppure è semplicemente giusto così.
Il luogo del misfatto è Regione Liguria, manifestazione Cgil per chiedere incontro con le istituzioni per parlare di Sanità. Quella che dovrebbe interessare tutti in maniera trasversale al di là di ogni schieramento. 
Dovrebbe essere cosi. Invece da più di un anno la Regione non incontra i sindacati e non vuole discutere di numeri, dati alla mano per il sindacato mancano circa 800 unità degli ospedali, di cui 250 medici, oltre alla carenze strutturali. Per la Regione non è vero. 
Sia chiaro, il problema della Sanità nella mia Regione non inizia con questa Giunta, i primi a fare tagli sono stati i governi di Centro Sinistra. Questi stanno dando il colpo di grazia, trattando l'argomento come  si stesse parlando di segnaletica stradale. Nascondendo la pochezza della loro politica con scivoli di gomma, fuochi d'artificio e bandierine appese per le strade. 
Gli ospedali liguri sono allo stremo e l'Assessore Viale della Lega invece di prendere sul serio l'argomento durante l'incontro si è lasciata andare in risatine per poi abbandonare come sempre la sala  "per un impegno preso in precedenza".
Il resto ve lo risparmio, ore passate a sentire supercazzule per non dare incontro, telefonate all'assessore "che ora purtroppo ha il cellulare spento". 
La realtà è che le sale del Pronto Soccorso sono spesso piene, ma non per emergenze ma in normale amministrazione, a La Spezia la settimana scorsa un medico ha dovuto mandare via le persone esortandole a "cercare un altro ospedale". Condizionatori che non funzionano, o che se vanno  in una struttura poi non funzionano nell'altra. Pazienti spostati in continuazione da un reparto all'altro per questioni climatiche. Prenotazioni a distanza di mesi.
Per non parlare del personale, assunzioni che possono essere fatte ma che la Regione si guarda bene di fare. La strategia è quelle di portare sempre di più le persone nel privato, l'80% degli investimenti futuri nel Ponente cittadino saranno destinati ad un nuovo ospedale privato chiaramente su una collina raggiungibile con le aquile. Il tutto a danno degli ospedali che esistono già e che arrancano. 
Dispiace che ci sia poca partecipazione delle persone rispetto a questo argomento, e anche di altre sigle sindacali, purtroppo credo che la gente si accorga del problema sanità solamente quando ci passa direttamente. 
Quello che dovrebbe essere un argomento basilare per un paese che si definisce civile come sempre viene affrontato in termini di business.

venerdì 21 giugno 2019 7 vostri commenti

Sale vissute


Non ricordo con precisione il primo film visto al cinema. Mia madre dice che più di una volta da piccolo li ho costretti ad uscire dalla sala.
L'odore delle sale di una volta però è indimenticabile, la luce del proiettore e le teste di quelli che si alzavano per andare in bagno catapultate direttamente sul telone bianco, un profumo  misto di pellicola e sigarette,  perché nonostante il divieto  qualcuno continuava inesorabile la sfida al pericolo. 
Sale di una volta. Come quelle a Parigi, il Brady, denominato "cinema dei dannati", che proiettava film di serie b e di serie z, capolavori probabilmente ora introvabili. Aveva una particolarità, era utilizzato dai clochard come albergo. Per paura delle aggressioni molti di loro di notte non dormivano, quindi durante il giorno utilizzavano la sala del Brady come hotel con tanto di accompagnamento video. 
Dentro si poteva trovare di tutto, dagli intenditori di pellicole introvabili ai reietti della società, ma tutto filava liscio, tranne quando la pellicola si inceppava, perché anche se non si entrava per guardare il film si pretendeva il meglio, anche russando. 
Genova era la città dei cinema, ne ricordo parecchi e ora quando passo davanti alle vetrine che hanno sostituito l'ingresso dell'Orfeo, del'Augustus o dell'Olimpia scuoto la testa per ciò che abbiamo perduto. Come dimenticare poi le panche del cinema parrocchiale con il prete che girava con la torcia per controllare movimenti sospetti. 
Sostituiti dalle multisale così impersonali, così standard e perfette. 
Ora non c'è nemmeno più il gusto di sperare di non incontrare uno alto nel posto davanti, per non parlare del fatto che una volta entravi a film iniziato, rimanendo poi dentro per lo spettacolo successivo per recuperare le battute iniziali oppure per rivedere la scena migliore del film.
Il cinema si viveva.
Di cinema si viveva.



giovedì 13 giugno 2019 7 vostri commenti

Senza perdere il segno

La mia passione per i libri credo la conosciate già. Ciò che non sapete sicuramente è che lo spazio in casa ahimè sta per finire al punto che sono stato gentilmente invitato ad evitare acquisti o a traslocare nel box. Una sorta di biblioteca di quartiere all'umido. 
Mi capita spesso di notte di guardare le librerie, prendere qualche libro al volo per leggere o rileggere qualche capitolo o paragrafo. Una cosa che amo, che  riconcilia e  fa ritrovare la quiete dopo una giornata frenetica. 
Così mi ritrovo a incontrare vecchi personaggi mai persi grazie ai segnalibri lasciati in mezzo alle pagine, segni di una lettura messa in pausa in quel momento, magari per noia, o solo perché ogni libro ha il suo periodo adatto.
Nella penombra della sala succede quindi di sorridere per i tanti scontrini degli anni passati usati come segno, quelli di acquisti rimossi, formazioni di squadre ormai inesistenti, per non parlare dei foglietti con appunti presi per non essere poi mai riletti. 
Testimoni di un periodo della nostra vita in cui semplicemente avevamo voglia di leggere quel libro, amici in formato cartaceo che ci tengono il posto, come all'asilo quando si metteva la mano sulla sedia per riservarla all'amico del cuore.  
Potessero parlare i nostri segnalibri forse ci potrebbero raccontare come eravamo in quegli anni, perché non siamo andati avanti nelle pagine oppure chiederci il motivo di un acquisto senza senso. 
Forse meglio non interrogarli mai.
venerdì 7 giugno 2019 6 vostri commenti

Piccoli passi



"Ma son questi
predestinati a compiere un tal fatto
di cui il passato è il prologo e il futuro
sta nelle vostre mani e nelle mie."
La Tempesta - W. Shakespeare



Non è facile tenere sotto controllo il proprio pensiero. In alcuni momenti della giornata è molto probabile trovarsi di fronte ad un flash di tanti anni fa, una situazione o un episodio che tornano alla mente, dando inizio in alcuni casi ad interrogazioni rispetto al non detto o al non fatto. 
Oppure semplicemente tra noi e il prossimo passo in una frazione di secondo si possono innalzare montagne a prima vista insormontabili.
Forse davvero dovremmo cercare di stare nel qui ed ora, goderci solo il presente e pensare all'attimo subito dopo. 
A parole credo sia sempre facile dirlo, o forse no, possono anche essere rari i momenti in cui si è onesti con sé stessi. La pratica poi si scontra con le quotidiane tempeste o i raggi del sole che schiariscono le giornate. 
Avevo un amico che amava la Montagna, col quale purtroppo non ho mai avuto il piacere di andarci,   condividevamo anche il piacere della lettura e l'amore per i libri. Gli piacevano le cose semplici e quotidiane della vita, il favoloso gusto del passo dopo passo. 
Il prologo una volta passato effettivamente andrebbe lasciato li, così come le pagine seguenti sfogliate una ad una.


giovedì 6 giugno 2019 11 vostri commenti

Più favole per tutti

Il momento più bello della mia giornata è quando mi corico vicino a mia figlia per leggere una favola. 
Tutto il resto sparisce in pochi attimi ed insieme siamo catapultati in un'altra realtà. 
Prima di iniziare a leggere a volte le si riesce ad estorcere qualcosa sulla giornata passata, gli incontri all'asilo, frasi dette o ascoltate. Una sorta di momento della verità, solo quando vuole lei logicamente. 
Subito dopo con lo sfogliare delle pagine attraversiamo assieme il mondo di Frozen, per arrivare a quello dell'Elefantina che fa un viaggio per addormentarsi, passando per le favole africane, cimentandosi nelle avventure dei poveri folletti o dei draghi buoni. 
Spesso in quei momenti cerco di ricordare come ero io in quegli attimi, ma ero troppo piccolo e la memoria purtroppo non arriva così indietro. Ricordo però, o forse credo di ricordare, il momento del "rimboccare le coperte". La sicurezza che dava quel gesto, il calore e l'emozione. Le chiacchiere con mio fratello nel letto di fronte. 
Mi capita spesso subito dopo la favola di guardare mia figlia dormire, la sua espressione di pace e tranquillità. Una sorta di calmante naturale da portarsi dietro e da guardare per guarire dalla frenesia quotidiana. 
Forse abbiamo solo bisogno di favole e di qualcuno che ancora ci rimbocchi le coperte. 
giovedì 30 maggio 2019 10 vostri commenti

Maggioranza schizzinosa

Nessuna sorpresa, possiamo dirlo. Forse qualcuno pensava non di queste proporzioni ma la vittoria di Salvini a mio parere era scritta. Gli avvisi sono stati parecchi, anche tra le persone più vicine a noi, ovvero i consensi ricevuti anche dai cosiddetti insospettabili.
Il dato che dovrebbe far riflettere, ma che sicuramente nessun politico in maniera trasversale esaminerà, è l'astensione. Vero è che le elezioni europee non hanno mai attirato la grande massa alle urne, ma parliamo ormai di più di 22 milioni di cittadini che non si sognano minimamente di mettere una croce su un simbolo. Un numero elevatissimo di persone che non si riconosce in nulla, o semplicemente che si è rotto le palle. Nel 2004 l'affluenza era del 73,1%, per scendere nel 2009 al 65,5% e poi nel 2014 al 58,68%.
Non me la sento di inveire contro queste persone, per il semplice motivo che a sinistra il "tapparsi"il naso, l'accontentarsi ha portato a dei movimenti comparsi negli anni che hanno logorato il consenso e la fiducia, dimenticando spesso le problematiche del lavoro e dei diritti per occuparsi di altro, così come ha fatto anche l'Europa per troppo tempo parlando sempre più di conti e sempre meno delle persone.
Credo anche che dentro a quel 46% purtroppo ci sia una grossa parte di persone che proprio non si interessa di politica, che non partecipa e che vive la cosa come un fastidio. Questo francamente non lo condivido perché anche se il risultato finale è lo stesso un conto è non essere d'accordo con nessun programma elettorale altro invece è fregarsene. 
Ma quanti leggono i programmi elettorali?
Cosa voterà quel 46% se mai dovesse decidere di partecipare oggi come oggi non è dato sapere, forse studiando i flussi elettorali, o forse no. 
Rimane il fatto che, leggendo i risultati anche delle ultime elezioni politiche, la partecipazione sia sempre più in calo. Cosa che negli altri paesi, se non sbaglio soprattutto fuori Europa, succede da parecchio tempo.
Per quanto riguarda la Sinistra per ora mi viene solo da dire che non si può pensare di trovare consenso ogni volta solo cambiando nome e simbolo, evidentemente serve ben altro. 
O forse questo è un paese di destra, da sempre. 




venerdì 24 maggio 2019 13 vostri commenti

Non posso stare a casa

Non posso stare a casa. Non me lo posso permettere e non potrei guardarmi allo specchio. 
Non posso stare a casa mentre la mia città, medaglia d'oro per la resistenza, viene continuamente insultata da organizzazioni che non dovrebbero esistere, da commemorazioni di fascisti che non hanno mai rinnegato il regime autoritario.
Non posso stare a casa perché il mio bisnonno era socialista e non ha mai abbassato la testa davanti alle camicie nere, negli anni in cui quel colore non era quello di Casapound e Forza Nuova ma quello degli squadristi. 
Non posso stare a casa perché nel 1960 mio padre li ha cacciati i fascisti dalla mia città quando a distanza di 15 anni dalla liberazione volevano parlare in una piazza.
Non posso stare a casa perché, anche se non lo sono, sento la tuta blu di mio papà cucita addosso come una seconda pelle. 
Non posso stare a casa perché ho ancora in mente le immagini del G8, le infiltrazioni, Fini che dirige le manovre da Forte San Giuliano, le imboscate, le botte su Mani Tese inermi, le cariche sul corteo del Sabato contro donne, ragazzi e anziani, le molotov messe nella Diaz e i pestaggi nella caserma di Bolzaneto. 
Non posso stare a casa perché le grate e le zone rosse nella mia città non le voglio più vedere.
Non posso stare a casa finché vedrò lanciare lacrimogeni ad altezza uomo. 
Non posso stare a casa perché in questo paese ancora una volta viene massacrato uno che grida più volte di essere un giornalista. 
Non posso stare a casa perché voglio che mia figlia cresca coi valori della Resistenza, libera. 
Non posso stare a casa perché non si può più delegare e stare in silenzio, non possiamo più pensare tanto ci sarà qualcuno che andrà, non possiamo più lasciare spazi vuoti riempiti da questi personaggi incostituzionali.
Non possiamo più stare a casa. 



giovedì 23 maggio 2019 5 vostri commenti

Capaci

Avevo 17 anni quel 23 maggio, anzi 16. 
Ho ancora in mente lo stato d'animo di quel periodo in cui ogni giorno si ascoltava il telegiornale dividendosi tra arresti e stragi. 
Capaci per noi ragazzi di quel periodo credo abbia rappresentato uno spartiacque, una sorta di porta di ingresso nella maggiore età in maniera rapida. Una presa di coscienza, non per tutti sia chiaro, dello stato del paese in cui vivevamo. 
La vita politica era contesa da una parte di politici corrotti, da una parte di politici mafiosi, da quelli che li contestavano e da quelli che ce li avevano messi voltandosi da sempre dall'altra parte. 
Non dimenticherò mai i funerali si stato e la voce della vedova Schifani. Oggi ho ancora i brividi se ripenso alle sue parole. 

"Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...
Ma loro non cambiano... [...] ...loro non vogliono cambiare...
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore..."

Come non scorderò mai il volto di Antonino Caponetto, poi incontrato un anno dopo qui a Genova. 
Ora spaventa molto il silenzio sulla mafia, un problema che sembra lontano dalle cronache e dalle agende politiche dove stanno al primo posto altre cose che portano voti facili. 
Capaci non deve rimanere un cartello stradale distrutto.
lunedì 20 maggio 2019 10 vostri commenti

Chi indossa veramente la maschera?


Un paese può davvero avere paura di Zorro? 
La scena di qualche giorno fa credo possa essere presa come simbolo della situazione attuale, ovvero  una fase, che oltre ad essere pericolosa, si avvicina all'isterismo politico. La rimozione di uno striscione con delle parole che francamente non vedo come possano non essere condivise da tutti.
Mentre un ministro della Repubblica con in mano un rosario faceva il nome di Maria riportandoci indietro di parecchi anni lanciando un anatema, di fronte un lenzuolo con su scritto Restiamo Umani veniva tirato via come un vecchio straccio da non far vedere agli ospiti illustri arrivati a casa. 
Questi sono i tempi in cui viviamo, una realtà che sembra capovolta, dove ogni giorno la costituzione viene derisa con la sola presenza delle organizzazioni fasciste che sventolano orgogliosamente i loro simboli, dove una professoressa viene sospesa solo perché ha omesso di segnalare una ricerca "scomoda" fatta da studenti di 14 anni. 
Forse quello striscione rappresenta davvero il nostro paese, la rimozione dell'umanità che pare perduta. 
lunedì 13 maggio 2019 8 vostri commenti

Abbiamo bisogno di aiuto, di amici.


Siamo di nuovo qua in difficoltà. 
Ancora una volta il Teatro del quale sono socio e molto umilmente "attore" deve chiedere aiuto ai suoi "amici", coloro che alla fine non lo abbandonano mai. 
Il pubblico. 
Il Teatro dell'Ortica come forse sapete visto che mi è già capitato di parlarne in altre situazioni si occupa di teatro Sociale, lavora nelle carceri, con pazienti psichiatrici, al Cepim con ragazzi con Sindrome di Down, con le donne di vittime di violenze e nelle scuole
Inoltre, ogni anno nel periodo giugno-agosto organizza il Festival Teatrale dell'Acquedotto Storico, un gioiello architettonico che percorre le vallate di Genova.
Sostanzialmente portiamo il Teatro dove spesso non arriva, nei paesini, nei quartieri di periferia, nelle creuze, raccontando storie, portando un sorriso e facendo riflettere su molti argomenti. 
Quest'anno non abbiamo ancora la certezza dei finanziamenti pubblici che credetemi non sarebbero nemmeno cifre incredibili. Abbiamo deciso però di andare avanti lo stesso come sempre, resistendo. 
Provando a chiedere l'aiuto al nostro pubblico e a tutti gli amici con un crowdfunding, una raccolta fondi. 
Se potete anche con poco potete darci una mano ad andare avanti, per ricordare a tutti che anche le periferie hanno i loro diritti, che il teatro e la cultura posso aiutarci ad uscire da questo vicolo buio che sembra infinito. 
Qui sotto metto il link alla raccolta fondi. 
Vi ringrazio come sempre anche solo per avere letto queste righe. 

https://www.produzionidalbasso.com/project/festival-teatrale-dell-acquedotto-2019-xi-edizione/



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