martedì 19 novembre 2019 14 vostri commenti

Non si ferma

Amo il calcio. 
Sono dentro questo sport da 38 anni, ho iniziato a giocare a 6 anni. Le prime scarpette e quel campetto di calcio in gomma me lo ricordo ancora. Ogni volta che ci ripasso davanti il pensiero va a quegli anni, ai sogni di un bambino con il suo pallone che in quel momento è solo ed esclusivamente suo e non lo vuole dare a nessuno. 
Faccio l'allenatore da vent'anni quasi, ho sempre cercato di insegnare ai ragazzi e ragazze i valori dello sport, il rispetto dell'avversario, la cultura della sconfitta, il senso del gruppo e della fatica per raggiungere un traguardo. Ci sono stati anni belli, fantastici e indimenticabili, ma anche quelli anonimi o brutti da accantonare come in tutte le cose. 
Ora però fatico. 
Credo che prima o poi scenderò da questo treno impazzito che ha perso da tempo la giusta direzione, che ha a che fare purtroppo anche con i progetti assurdi di genitori, parenti o affini che vedono nel calcio una possibilità di carriera. Ma soprattutto per quanto riguarda tutto il contorno che spesso è fatto di rabbia repressa portata sugli spalti e maleducazione sventolata ai quattro venti. 
Leggere la notizia dell'ennesima aggressione verbale ad un arbitro, questa volta in Sardegna, una ragazza di 17-18 anni che dirigeva una partita di Giovanissimi, ovvero ragazzi di 13 anni, fa male al cuore e fa venire voglia di smettere, di gettare la spugna. 
Dovrebbe far riflettere tutti gli addetti ai lavori e non solo. Purtroppo anche questo fatto passerà come molti altri, finendo nel dimenticatoio presto. Quando invece ci vorrebbero prese di posizioni della federazione, stop dei campionati, allontanamento definitivo di tecnici dirigenti violenti, allontanamento dai campi di parenti scellerati.
Ma è un treno impazzito, come ho detto.
E non si ferma.
martedì 12 novembre 2019 26 vostri commenti

Vita

La vita è bella, diceva Trotsky e non solo. 
E' anche bastarda, quando meno te lo aspetti, ti sorprende a volte con delle notizie meravigliose, nuovi arrivi, attimi di felicità indescrivbile con spinte di adrenalina a mille. Anche momenti di pioggia infinita, di nubi e di orizzonti che sembrano non vedersi mai. 
Ieri in poche righe un'amica vera, meravigliosamente vera, mi ha confidato un suo problema di salute. Lettere e parole come macigni, come pugni in faccia ripetuti. Ho barcollato ma poi ho desiderato che sentisse subito la mia voce per farle sapere che può contare su di me, per quel che può valere. 
Sono cose che in pochi secondi ci riportano con i piedi per terra, piantati al suolo e che rimangono ahimè impresse nella mente.
Una mente che purtroppo vaga, quando arrivano certe notizie, che ripensa ancora di più a coloro che  non ci sono più, che ci hanno lasciato troppo presto.
Ma l'azzurro del cielo spesso si intravede tra le nuvole. 
Lo sguardo è fisso in alto, e la speranza non bisogna mai farsela sfuggire. 

lunedì 21 ottobre 2019 18 vostri commenti

Quello sguardo al cielo

Non è normale tutto ciò.
Ricordo che una volta vivevamo i temporali in maniera differente, quasi piacevole, soprattutto nelle ore notturne. Stare sotto le coperte accompagnati dal rumore della pioggia e dei fulmini rendeva spesso la notte ancora più confortevole, così come il letto. 
Ora viviamo col fiato sospeso ogni volta che il cielo riversa su di noi anche solo una goccia d'acqua. Le varie chat in cui siamo presenti iniziano a riempirsi di messaggi ansiosi, di paura o di incertezza. 
Una volta non avevamo applicazioni per il vento, per la pioggia, per la neve, per il sole, manca solo quella per la puzza di fritto. Ci affacciavamo dalla finestra e si guardava fuori poi si andava. Al massimo seguivamo la voce confortevole del colonnello Bernacca che ci avvicinava alle isobare come fossero pagnotte calde. 
La mia città ha pianto vittime e chiaramente non riesce ad uscire da questo tunnel di paura. Credo di poter dire però che spesso si esaurisce tutto nel momento dell'allerta, dimenticando poi negli altri giorni che possiamo fare qualcosa per evitare l'angoscia e soprattutto le tragedie. 
Fiumi puliti, costruzioni abusive da abbattere, per non parlare di una politica ambientale seria che spesso viene derisa. 
Dovremmo vivere guardando il cielo con fiducia, invece siamo qui che per distogliere lo sguardo dal problema continuiamo a guardarci i piedi. 
giovedì 17 ottobre 2019 22 vostri commenti

Abisso


Ieri sera tornato a casa ho abbracciato Greta. Lo faccio ogni volta, ma ieri è stato diverso e oggi il pensiero è ancora lì, ancorato a quella sensazione e a quella mamma morta annegata con la figlia nel mare di Lampedusa avvolte in un ultimo abbraccio. 
"Mi chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare" diceva Guccini. Purtroppo la risposta ora la sappiamo e ogni giorno abbiamo prove e testimonianze di una civiltà che commette  gli stessi sbagli già fatti nella storia. Guerre, stragi, muri costruiti per respingere, leggi che lasciano fuori gli ultimi e che li costringono a viaggi della speranza senza possibilità.
I deboli come sempre schiacciati dal peso delle decisioni degli uomini di potere e dall'indifferenza della gente. 
La sensazione è che ormai siano tutte notizie di routine, perché intanto non ci riguardano da vicino, non sono cose che accadono sul nostro pianerottolo, nemmeno nella nostra via un luogo che probabilmente ci interessa poco.
In quell'abisso ci siamo anche noi. 


martedì 15 ottobre 2019 9 vostri commenti

Lacrime di coccodrillo


In questi giorni una foto su tutte mi ha colpito, i giocatori della nazionale turca in riga per fare il saluto militare durante gli incontri validi per le qualificazioni agli Europei. Una commistione che ci rimanda indietro di anni, non così tanti,  in cui la politica dei regimi entrava anche negli spogliatoi oltre che nella vita quotidiana.  Non voglio nemmeno commentare la Uefa che per ora non si pronuncia sulla finale di Champions del prossimo anno che si dovrà giocare a Istanbul. 
La vicenda dei curdi non nasce ora, così come la pericolosità del governo turco. Fanno sorridere ora le prese di posizione dei governi, che sono comunque provvedimenti positivi, rispetto alla vendita delle armi.  Per anni tutti i paesi occidentali hanno fornito armamenti a destra e sinistra, brindando più di una volta al tavolo di Erdogan.
Tornano alla mente i rapporti con Saddam Hussein, Gheddafi giusto per citarne solo qualcuno. 
In mezzo a questo Risiko pericoloso ci sono i popoli, donne e bambini vittime ancora una volta della brutalità della guerra. Quella da noi lontana, che attira la nostra attenzione a spot ma che fa parte della vita quotidiana di queste popolazioni che vivono in terre "ballerine" tirate da una parte all'altra dal potente di turno. 
In tutto ciò spaventa ancora una volta la manca presenza dell'Unione Europea che non è riuscita neppure questa volta a trovare una presa di posizione univoca, lasciando libertà di scelta agli stati membri rispetto alla fornitura di armamenti. 
Il pensiero va ancora una volta a quelle persone che in queste ore guarderanno il cielo non per la paura della pioggia ma per le bombe con biglietto da visita occidentale.
giovedì 10 ottobre 2019 18 vostri commenti

Scorre anche troppo



Diventare padri a quasi quarant'anni credo sia differente. Magari mi sbaglio e sono solamente considerazioni del primo pomeriggio per colpa del panino troppo pesante e del colesterolo che incombe, ma sembra che il tempo scorra più veloce. 
I ricordi sembrano così vicini, la prima volta che ti ho visto, il primo pianto, l'ansia del ritorno a casa da soli, le prime notti insonni. Poi mese dopo mese quei versi che iniziavano a diventare parole. 
Papà. 
Mamma. 
L'emozione dei primi passi sostenuti e quel gattonare alla velocità dei mini supereroi difficile da controllare. I tuoi sorrisi sdentati che ci hanno aiutato a superare momenti difficili, un'oasi in mezzo ad un deserto pericoloso. 
Non so giudicarmi come padre, mi auguro di non aver fatto troppi danni fino ad oggi. L'unica cosa certa è che più passa il tempo e più ho voglia di stare con te e con quegli occhi belli che ti hanno messo al mondo. Le fatiche si azzerano sentendo gridare "papà" dopo aver aperto la porta e il tuo abbraccio mi insegna ogni volta a godermi le cose vicine, così come il momento della nanna e della favola da leggere. Anche se ora hai stabilito i turni, una sera io e una sera mamma. Guai a saltare.
Ciò che destabilizza è lo scorrere del tempo, evidenziato da certe frasi come "posso stare 8 minuti da sola in camera mia?"
e così in pochi attimi si passa dalle righe su un foglio che dovrebbero rappresentare una casa al nome scritto in stampatello.
Ecco. 
Si dice che il genitore debba essere l'arco che lancia i figli verso il domani. 
Magari però con meno fretta, dai.

lunedì 7 ottobre 2019 10 vostri commenti

Augusto e Pierangeolo


Mancati a distanza di 10 anni lo stesso giorno, nel 1992 e nel 2002. 
Due voci inconfondibili, che hanno sempre cercato di parlare degli ultimi e dei dimenticati nelle loro canzoni. Difficile sceglierne una. Se penso ai Nomadi e a Daolio la prima che mi viene in mente è "Un giorno insieme" e in particolare una versione Live cantata in uno degli ultimi suoi concerti, una poesia indimenticabile. 
Anche nell'interminabile elenco delle canzoni di Bertoli è difficile pescare, ma forse una su tutte è "A muso duro". 
So che non si dovrebbero fare confronti tra periodi musicali, ma credo che uomini, autori, poeti come questi manchino nella nostra società. Testimoni della storia che spesso viene messa da parte, accantonata, quella della quotidianità di persone sedute sull'ultimo gradino, in ombra. 
Mancano molto, la loro umanità e la consistenza di ogni parola pensata.
lunedì 23 settembre 2019 13 vostri commenti

Tra lume e scuro


“Noi da queste parti abbiamo un nome per quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo tralummescuro: tra luce e la notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ombra che sale lenta lenta, e poi vien buio”.
Leggere i libri scritti da Guccini è un po' come averlo accanto, sentendo le parole che masticano emiliano con quella erre che ha decantato storie e ballate. 
L'approccio a questo tipo di scrittura in un primo momento può mettere sul chi va là, ma dopo poche pagine la sensazione è proprio quella di essere ai piedi del mulino, immersi nell'Appennino tosco-emiliano in quel di Pàvana.
Tra lume e scuro non è solo un attimo della giornata, ma per molti di noi, forse tutti, può rappresentare anche la stessa vita che ciondola tra momenti di chiarore e buio. Sono proprio quei momenti di passaggio che spesso ci fanno capire quali sono le cose importanti della vita, gli amori, le emozioni, visi e voci che diamo per scontato, abbracci dati e ricevuti. 
Probabilmente poche volte ci soffermiamo su quel momento in qui quella linea d'ombra sale lenta. Noi gente di città chiusi tra i metri dei nostri palazzi, stretti in mezzo al traffico con lo sguardo rivolto verso il semaforo che non diventa mai verde. 
Nel frattempo il chiaro fa spazio allo scuro e noi nemmeno testimoni. 
Comunque in mezzo. 

martedì 17 settembre 2019 12 vostri commenti

Il brutto paese

Non possiamo nemmeno più chiamarli barbari come nel 1994. Ora li conosciamo, sappiamo chi sono e spesso sappiamo anche chi li vota. 
Il nostro vicino di casa, un nostro parente, magari proprio il nostro migliore amico. Amicizie e parentele da rivedere probabilmente. 
Quando il vento tira storto per loro ricominciano da lì, da Pontida. Ritirano fuori un pezzo di Padania dimenticata in favore del tricolore e danno sfogo al loro peggior repertorio. 
Come dimenticare Borghezio che spruzza disinfettante sui treni nei posti occupati dalle persone di colore. Per non parlare del "chi non salta è un napoletano". 
L'odio porta odio spesso e la storia ci ha insegnato che il bagaglio che si trascina dietro è qualcosa di spaventoso e abominevole. 
Le ingiurie e gli insulti lanciati contro Gad Lerner fanno male, un video che davvero si ha difficoltà a vedere, un salto nel passato, una sorta di passerella in mezzo ad una galleria degli orrori. Padri e madri di famiglia che usano la parola ebreo come insulto, quel "non sei italiano tu" che in pochi attimi ci riporta ai ghetti e alle leggi razziali. 
Il tutto sotto gli occhi dell'ex ministro dell'interno che per un attimo ha nascosto lo spettacolo agli occhi di Maria e del Vangelo tanto sventolato. 
Un pezzo di Italia che vorremmo disconoscere e con la quale purtroppo dobbiamo fare i conti, perché quello della porta accanto spesso ha scritto il più brutto pezzo di storia del paese.
giovedì 5 settembre 2019 10 vostri commenti

Trottole

E' un attimo. 
Uno va in ferie non avendo mai ascoltato la voce di Conte e con Giggino ministro del Lavoro mentre pontifica sui progressi del governo e al ritorno se lo ritrova come esperto di Risiko e di capitali del mondo. 
Davvero roba di un secondo, quasi un lampo. Un capitano d'agosto  con tanto di caipiroska in mano mentre canta l'inno di Mameli davanti ad una chiappa, degradato in un mese con tanto di biografia di twitter cambiata alla velocità della luce.
Una sorta di giostra impazzita, dalle video conferenze contro il partito di Bibbiano, ai piedi sbattuti per terra per rimanere ministro, dagli insulti ai nuovi che non sono politici di mestiere al facciamo qualcosa di grande insieme. 
Faccio fatica, lo ammetto, la mia cervicale non riesce a stare dietro a tutti questi valzer, a questa politica da microser. 
Le esultanze per il trasloco dal governo della destra mi fanno un po' ridere francamente (non si può che essere contenti dell'assenza di quella gente nella stanza dei bottoni sia chiaro), ma la sinistra dovrebbe ripartire in maniera seria e farsi nuovamente ascoltare sui posti di lavoro. Non può bastare il cambio alla guida del paese. 
Come mi fanno sorridere quelli che urlano vergogna, dicendo che il Pd è al governo non avendo vinto le elezioni, dimenticando che anche la Lega non le aveva vinte e che anche la maggioranza precedente non si era presentata alle elezioni come alleati. Storia vecchia, già successa in questo paese, ma la gente dimentica facilmente. 
In questa modalità di comunicazioni a colori ora siamo nel governo giallo rosso. Vogliono dimostrare qualcosa? Inizino con l'abolire il Job Act.
Utopia.
Non guarisco mai.
Dimenticavo, qualcuno avvisi Toninelli.

domenica 4 agosto 2019 9 vostri commenti

Due per uno

La prima volta che ti ho visto eri dentro un monitor e per vedere la testa ci ho messo un bel po’.
Io e tua mamma invece ci siamo conosciuti all’università più di vent’anni fa quando nn c’erano telefonini e se dovevi dire una cosa a qualcuno dovevi dire tutto e subito. Parlammo tantissimo e diventammo amici.
Cinque anni fa, tra me e te invece fu subito amore e tanta paura di non essere bravo a fare il papà. Ma mi hai messo subito alla prova facendomi guidare per la prima volta la sera delle doglie.
Tra me e tua mamma poi incontri casuali, davanti al vecchio Universale, una cartolina dalla Thailandia e poi al semaforo in attesa di un verde.
La tua prima parola.
Il nostro primo bacio sotto la casa di Colombo e i giri per la città come se fossimo ancora studenti.
Il primo giorno d’asilo e quel grembiulino che non ci capivo il verso.
Dieci anni fa io e tua mamma in giro per l’Italia in scooter, seimila chilometri, dove un po’ hai iniziato a nascere.
Ora gesticoli, fai discorsi e balli Caparezza.
Poi il 4 agosto di tre anni fa. Due anelli, una bimba e i tuoi genitori sposi.
Il resto lo scriveremo insieme.
Buon anniversario occhi belli.
Buon compleanno piccola Greta.
martedì 30 luglio 2019 13 vostri commenti

Vortice

Nei fatti di Roma c'è tutto. 
Un uomo che stava facendo il proprio lavoro ucciso in maniera brutale, un dolore difficile da immaginare per la famiglia. 
Il delirio sui quotidiani con la caccia all'africano, politici che fanno a gara per essere i primi nella corsa alla propaganda, usando termini terribili. 
La confessione di due americani di buona famiglia che fa fare retromarcia a molti paladini della giustizia che rimettono a posto la forca. 
Poi quella foto durante l'interrogatorio e la riapertura del valzer della propaganda con tanto di sondaggio lanciato dal ministro dell'interno sui social. 
La sensazione è quella di essere entrati in un vortice che non si ferma, senza vie d'uscita. Ogni fatto ormai scatena una sequenza delirante di dichiarazioni, post, sondaggi, articoli che sembrano avere la propaganda come unico scopo da una parte e dall'altra. Le vittime spesso vengono dimenticate, l'indignazione dura una frazione di secondo, giusto il tempo di tornare a condividere gattini o il piatto che si ordina alla sera. 
E' un dolore effimero, finto il più delle volte, quello che leggiamo nelle dichiarazioni, nei commenti, una sorta di dovere di presenza. 
Commento quindi esisto. 

venerdì 26 luglio 2019 7 vostri commenti

Chilometri

Pensavo al viaggio e a come cambiamo noi rispetto agli anni passati. 
Per molto tempo ho fatto campeggio. La tenda era una fedele compagna nei chilometri percorsi.  La ricerca della piazzola migliore, i picchetti rotti riciclati, le corde incrociate come tiranti legate agli alberi. 
Ricordo ancora adesso la sveglia in Alsazia, l'uscita dalla tenda e l'incontro a pochi metri con una meravigliosa cicogna ad aspettarci. O quella sera in cui un temporale terribile ci costrinse a dormire in macchina. 
Gli anni della Corsica, appuntamento fisso, la partenza con la pandina del mio ex suocero con tanto di mini gozzo legato sul tetto. Cosa impensabile oggi. Poi solo mare per due settimane e tanto tanto pesce pescato a pochi metri da noi. 
Quella volta che in Borgogna quando il brutto tempo non ci diede nemmeno la possibilità  di dare una forchettata alla pasta, cena finita con una corsa sotto la tenda. Mentre i tedeschi, che in campeggio mangiavano alle 17.30, erano già sistemati da ore. 
Sento ancora l'odore della Scozia e le sue Brughiere,  il caldo sole del Portogallo e la nebbia della foresta nera ad agosto. 
Col passare degli anni e i problemi alla schiena la tenda da prima donna è diventata solo comparsa, portata dietro solo per precauzione, come quella volta in Francia a Mont Saint Michel, come al solito senza prenotare, ma questa volta senza trovare un buco, nemmeno una piazzola. Solo un parcheggio di un albergo che ci permise di dormire in macchina. Dovessi farlo oggi subito dopo avrei bisogno di un osteopata pronto sul posto. 
L'emozione che da il viaggiare senza una meta però credo sia unica. Fermarsi dove si trova, oppure andare avanti, tenda, camera o albergo. Quello che si trova, senza l'ansia di una data. Come il viaggio fatto precisamente dieci anni fa in scooter assieme alla mia compagna, ora mia moglie. 6000 chilometri in giro per l'Italia. Genova, Parma,  Ferrara, Abetone, Lucca, Ravenna, Comacchio,  Brisighella, Arezzo, Firenze, Perugia, Urbino, San Leo, San Marino e molto altro.  Poi il ritorno verso casa attraverso la Garfagnana. 
Avevamo bisogno di viaggiare per capire. E abbiamo capito. 
Difficile ora, non impossibile. 
Mai dire mai. 


mercoledì 24 luglio 2019 12 vostri commenti

Silenzio

Ieri ho finito di leggere  "Il silenzio dei miei passi" ultimo libro scritto da  Claudio Pellizzeni, un ragazzo che qualche anno fa decise di abbandonare il lavoro in banca, un bel posto fisso, per fare il giro del mondo vendendo tutto quello che aveva, lottando contro la fatica e il diabete. 
Per saperne qualcosa di più potete fare un giro sul suo blog
Questo è il suo ultimo libro, dove racconta, il suo pellegrinare partendo a piedi da Bobbio in provincia di Piacenza per arrivare fino a Santiago de Compostela. 
Già qui bisognerebbe fare un bel respiro perché si tratta di circa 2000 km
Claudio li ha percorsi tutti in silenzio. 
Ecco.
Non si stratta di un voto religioso ma di un'esigenza di ascoltare e ascoltarsi in una società che ha deciso di sentire solamente e di porsi sempre meno all'ascolto. 
Un libro scritto davvero bene, pagina dopo pagina si ha l'impressione di camminare accanto a lui, partecipando alle gioie, ai dolori e ai momenti di crisi. 
Mi ha sempre affascinato l'idea di percorrere il Camino, anche se so che non è una cosa da prendere alla leggera e col massimo rispetto nei confronti di chi crede nel suo valore religioso. 
Non si sa mai nella vita, quindi lasciamolo lì come possibilità. 
Credo che sia sempre più difficile trovare il silenzio nelle nostre città, se non impossibile, per gustarlo  per pochi attimi a volte basta fare qualche chilometro nell'interno per capire il suo valore e la sua importanza. 
Abbiamo dimenticato l'importanza dell'ascolto, mettendo al primo posto il dover dire per forza, spesso  riempiendo i momenti di pausa dalle parole  aggiungendo solamente del  superfluo.




venerdì 19 luglio 2019 24 vostri commenti

Uccisero la speranza

Genova 18 anni dopo è cambiata molto. 
Avvolta da una nube di propaganda che la giunta comunale ha saputo tirare su, in linea con la scarsa voglia di partecipazione che sembra essersi impadronita del paese. 
Non dimenticherò mai il mese di luglio del 2001, la voglia di esserci che si sentiva in mezzo alla gente, la sensazione di avere ragione rispetto a tantissime questioni.
Poi nero, come il fumo che saliva da ogni angolo della città. 
Come le divise di coloro che sono stati lasciati liberi di mettere a ferro e fuoco le strade, mentre la polizia picchiava i pacifisti di Manitese in piazza Manin. 
Le cariche contro il corteo dei migranti e quelle corse con la speranza di non essere presi. 
Non c'erano telefonini per potersi rassicurare, solo ansia e qualche cabina del telefono ancora intatta. 
Avevamo ragione e ci hanno massacrato. 
Dopo quei giorni credo sia iniziato il declino di tutto, un movimento che non si è mai più ricomposto che forse commise anche degli errori. Come quello di avere fiducia non organizzando il servizio d'ordine. 
Io ci sono nato in Piazza Alimonda, da quel giorno non riuscii più a vederla con gli stessi occhi, così come la salita da Corso Italia per raggiungere la salvezza verso la Chiesa di San Pietro mentre i manganelli arrivavano da tutte le parti, il 21 luglio, un corteo pacifico attaccato da divise impazzite. 
Donne, ragazzi e anziani tumefatti e umiliati. 
Poi l'aggressione alla scuola Diaz, dove mia nonna faceva la bidella da giovane, e le torture nella caserma di Bolzaneto.
Non perdonerò mai i carnefici di quei giorni perché hanno strappato l'immagine della mia città , di alcuni luoghi della mia infanzia, perché ci hanno reso impotenti di fronte ad un'ingiustizia visibile a tutto il mondo. 
Genova divenne in pochi giorni Buenosaires degli anni 70. 
Ora pochi credo ricordino ancora, forse non vogliono, forse conviene non farlo. Molti parlano con fastidio di quei giorni, relegandoli alle cose dei soliti comunisti. 
Questo siamo diventati, ma quel movimento era una speranza e noi lo ricorderemo sempre.
venerdì 12 luglio 2019 28 vostri commenti

In vetrina

Forse sono in una fase di invecchiamento o magari sono considerazioni dettate dalla calura. Riusciamo ancora a gustarci o a godere i momenti senza aver bisogno di filmare o fotografare?
Basta fare un giro sui social in questo momento e si trovano foto di amici in vacanza mentre fanno colazione, mentre vanno al maremontagnacollinapratoquellocheè, mentre prenotano il ristorante, mentre fanno scarpetta, mentre contestano il conto, mentre escono e pestano una cacca, mentre cercano parcheggio, mentre sparano a bomba l'aria condizionata, mentre stendono l'asciugamano in spiaggiapratoparcoquellocheè, mentre fanno il bagno, mentre fanno merenda e/o aperitivo, mentre cenano, mentre mettono sulla griglia un brontosauro, mentre vanno in albergo/casa. Attendiamo solamente l'ulteriore passo in stile grande fratello con tanto di lavaggi del corpo. 
Ora sia chiaro anche io faccio foto, vedo gente... ah no quella era un'altra cosa, faccio video ma non è che ogni tre secondi metto on line la mia faccia mentre impreco perché non trovo posto con la macchina, oppure mi metto ad intasare i telefoni degli altri. 
Provate ad andare ad un concerto, chiaramente dopo avere chiesto un finanziamento alla Findomestic, e non vedrete più accendini al cielo ma marche di cellulari di ogni tipo svolazzare e riprendere. Non si guarda più il concerto direttamente ma attraverso un vetro, una sorta di vetrina portatile da 800 euro. 
Rimpiango i buon vecchi rullini da 36 foto, quando prima di farle decidevi se aveva senso o no usarne una, l'attesa dello sviluppo a fine vacanza, il giro dei parenti per farle vedere e gli album. Ora probabilmente abbiamo migliaia di foto che nn rivedremo mai ma che abbiamo sparso in giro su Chat e social. 
Finiremo a parlare con la persona che abbiamo ad un metro attraverso una videochiamata. 
Cabine del telefono di tutto il mondo unitevi!

martedì 9 luglio 2019 17 vostri commenti

Chernobyl, 1986. Non si deve sapere.

Era aprile ma c'era un caldo come a ferragosto. 
Avevo 11 anni e ricordo quel giorno come fosse ieri, vestiti a festa per la comunione di un'amica di famiglia. Mio fratello con degli improbabili pantaloni bianchi che negli anni ottanta però andavano di moda e io in azzurro credo. 
Il giardino della suore sembrava il Wyoming, anche i pesciolini rossi del mini laghetto chiedevano pietà.
Non sapevamo nulla. 
Nella Russia sovietica tra la notte del 25 aprile e il 26 aprile del 1986 nel Reattore 4 della centrale di Chernobyl successe una cosa inimmaginabile prima. L'esplosione del nucleo. 
Ora sappiamo molto di quella tragedia. 
La stupidità di un regime che non contemplava la sconfitta, l'errore. Non si poteva ammettere di avere tecnologia inferiore, datata o di seconda mano. Piccoli uomini burocrati che per avere riconoscimenti dal Cremlino se ne fregarono di ogni minima precauzione in termini di sicurezza. 
L'arroganza del potere esercitata su operatori impreparati e inermi. 
Il resto lo sappiamo purtroppo. L'esplosione, il mancato allarme mandando alla morte migliaia di pompieri e soccorritori. Un'evacuazione rimandata perché anche di fronte ad un'evidente sconfitta il regime non può mai ammettere. 
Un disastro che poteva avere un risvolto peggiore di quello che poi ha avuto, una catastrofe globale evitata in parte dal sacrificio di uomini, come i 400 minatori che scavarono per giorni, senza indumenti per il troppo caldo. 
Anche di fronte a tutto ciò il governo russo nascose i veri dati al mondo intero. La notizia della tragedia arrivò al resto del mondo solamente perché la nube tossica venne rilevata in Scandinavia. 
Morti e malattie che si potevano ancora evitare, ma che per la causa sovietica dovevano invece passare nel silenzio.
La serie Tv su Chernobyl ha il merito di tenere alto il ricordo di questa tragedia, di rammentare al mondo intero che la stupidità dell'uomo, del potere si ciba di bugie danneggiando tutto quello che incontra. Storie di uomini come Valery Legasov che hanno avuto il coraggio di denunciare i difetti di quei reattori, pagando con l'oblio questa sua decisione, cancellato dal KGB che non gli ha concesso nemmeno il privilegio della fucilazione, ma una morte trasparente. Divieto di parlare con chiunque, sequestrato nella propria casa.
Il suo suicidio avvenuto due anni dopo la tragedia di Chernobyl ha molto probabilmente messo il regime nelle condizioni di non poter più nascondere la verità, intervenendo anche sugli altri reattori attivi nel resto del paese. 
Questa una frase di Valery Legasov "Ogni menzogna che diciamo contaiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato".
I morti di Chernobyl non si riescono nemmeno a contare, tranne che per l'Unione Sovietica per la quale i decessi furono solamente 31.
lunedì 8 luglio 2019 8 vostri commenti

Quel mare

Estate.
Quelle di tanti anni fa. Mesi di vacanza pura, senza pensieri o impegni. La fine della scuola a metà giugno e da lì in poi fino a metà settembre mare, mare e ancora mare. 
Il posto è lo stesso dove Greta va con noi e i nonni, difficile però da riconoscere. 
Sono cambiate molte cose. Il campetto di cemento sostituito dal sintetico, niente più barche tra le quali nelle ore calde da piccoli ci mettevano a dormire.
Ricordo che trent'anni fa ognuno portava ad inizio stagione l'ombrellone e la sdraio che voleva. Ora tutto standard, tutto uguale per il decoro dello stabilimento. Il nostro era verde se ricordo bene e le sdraio erano quelle con le righine di plastica dura che una volta in piedi lasciavano la sagoma tatuata. 
Adesso sento spesso lamentele sulla qualità del ristorante, una volta era un lusso per pochi. Si partiva da casa con tanto di termos gigante a due strati, sotto il primo e sopra il secondo. Poi tavolate infinite in spiaggia, oppure sotto la cabina. Mica pranzi leggeri, ho visto lasagne e carne fritta servite in spiaggia che nemmeno vi immaginate. 
Il ricordo più bello però è la compagnia. Amici che ancora adesso in parte incontro, altri che hanno preso strade diverse. Si passava il tempo tra giochi nell'acqua, sfida alle onde, partite di calcio o semplicemente lo stare insieme. 
Aspettavamo ore ed ore per poter fare una partita che i "grandi" non ci concedevano mai. Ricordo quell'anno che per protesta occupammo il cerchio di centrocampo, un sit-in durato poco perché ci spostarono di peso. 
I genitori si vedevano solo nell'ora di pranzo e poi alla sera quando ci venivano a cercare per andare via. Il primo giorno quando si arrivava c'erano i saluti rituali a tutta la spiaggia della durata di circa due ore e meza.
Era un appuntamento fisso di tre mesi, perché nella maggior parte dei casi poi durante l'inverno non ci si vedeva. Così come quegli amori nati tra un ghiacciolo e l'altro. 
Ora Greta porta avanti la tradizione di famiglia, stesso ombrellone vicino ad alcune di quelle persone che mi hanno visto crescere, ma adesso tocca a me inseguirla per mettere la crema.
giovedì 4 luglio 2019 10 vostri commenti

MaLa Sanità?

Ogni volta che entro in una stanza del potere mi rendo conto di quanto la mia pazienza stia finendo,  di apri passo alle capacità diplomatiche. Forse sto invecchiando, oppure è semplicemente giusto così.
Il luogo del misfatto è Regione Liguria, manifestazione Cgil per chiedere incontro con le istituzioni per parlare di Sanità. Quella che dovrebbe interessare tutti in maniera trasversale al di là di ogni schieramento. 
Dovrebbe essere cosi. Invece da più di un anno la Regione non incontra i sindacati e non vuole discutere di numeri, dati alla mano per il sindacato mancano circa 800 unità degli ospedali, di cui 250 medici, oltre alla carenze strutturali. Per la Regione non è vero. 
Sia chiaro, il problema della Sanità nella mia Regione non inizia con questa Giunta, i primi a fare tagli sono stati i governi di Centro Sinistra. Questi stanno dando il colpo di grazia, trattando l'argomento come  si stesse parlando di segnaletica stradale. Nascondendo la pochezza della loro politica con scivoli di gomma, fuochi d'artificio e bandierine appese per le strade. 
Gli ospedali liguri sono allo stremo e l'Assessore Viale della Lega invece di prendere sul serio l'argomento durante l'incontro si è lasciata andare in risatine per poi abbandonare come sempre la sala  "per un impegno preso in precedenza".
Il resto ve lo risparmio, ore passate a sentire supercazzule per non dare incontro, telefonate all'assessore "che ora purtroppo ha il cellulare spento". 
La realtà è che le sale del Pronto Soccorso sono spesso piene, ma non per emergenze ma in normale amministrazione, a La Spezia la settimana scorsa un medico ha dovuto mandare via le persone esortandole a "cercare un altro ospedale". Condizionatori che non funzionano, o che se vanno  in una struttura poi non funzionano nell'altra. Pazienti spostati in continuazione da un reparto all'altro per questioni climatiche. Prenotazioni a distanza di mesi.
Per non parlare del personale, assunzioni che possono essere fatte ma che la Regione si guarda bene di fare. La strategia è quelle di portare sempre di più le persone nel privato, l'80% degli investimenti futuri nel Ponente cittadino saranno destinati ad un nuovo ospedale privato chiaramente su una collina raggiungibile con le aquile. Il tutto a danno degli ospedali che esistono già e che arrancano. 
Dispiace che ci sia poca partecipazione delle persone rispetto a questo argomento, e anche di altre sigle sindacali, purtroppo credo che la gente si accorga del problema sanità solamente quando ci passa direttamente. 
Quello che dovrebbe essere un argomento basilare per un paese che si definisce civile come sempre viene affrontato in termini di business.

venerdì 21 giugno 2019 7 vostri commenti

Sale vissute


Non ricordo con precisione il primo film visto al cinema. Mia madre dice che più di una volta da piccolo li ho costretti ad uscire dalla sala.
L'odore delle sale di una volta però è indimenticabile, la luce del proiettore e le teste di quelli che si alzavano per andare in bagno catapultate direttamente sul telone bianco, un profumo  misto di pellicola e sigarette,  perché nonostante il divieto  qualcuno continuava inesorabile la sfida al pericolo. 
Sale di una volta. Come quelle a Parigi, il Brady, denominato "cinema dei dannati", che proiettava film di serie b e di serie z, capolavori probabilmente ora introvabili. Aveva una particolarità, era utilizzato dai clochard come albergo. Per paura delle aggressioni molti di loro di notte non dormivano, quindi durante il giorno utilizzavano la sala del Brady come hotel con tanto di accompagnamento video. 
Dentro si poteva trovare di tutto, dagli intenditori di pellicole introvabili ai reietti della società, ma tutto filava liscio, tranne quando la pellicola si inceppava, perché anche se non si entrava per guardare il film si pretendeva il meglio, anche russando. 
Genova era la città dei cinema, ne ricordo parecchi e ora quando passo davanti alle vetrine che hanno sostituito l'ingresso dell'Orfeo, del'Augustus o dell'Olimpia scuoto la testa per ciò che abbiamo perduto. Come dimenticare poi le panche del cinema parrocchiale con il prete che girava con la torcia per controllare movimenti sospetti. 
Sostituiti dalle multisale così impersonali, così standard e perfette. 
Ora non c'è nemmeno più il gusto di sperare di non incontrare uno alto nel posto davanti, per non parlare del fatto che una volta entravi a film iniziato, rimanendo poi dentro per lo spettacolo successivo per recuperare le battute iniziali oppure per rivedere la scena migliore del film.
Il cinema si viveva.
Di cinema si viveva.



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