venerdì 12 luglio 2019 14 vostri commenti

In vetrina

Forse sono in una fase di invecchiamento o magari sono considerazioni dettate dalla calura. Riusciamo ancora a gustarci o a godere i momenti senza aver bisogno di filmare o fotografare?
Basta fare un giro sui social in questo momento e si trovano foto di amici in vacanza mentre fanno colazione, mentre vanno al maremontagnacollinapratoquellocheè, mentre prenotano il ristorante, mentre fanno scarpetta, mentre contestano il conto, mentre escono e pestano una cacca, mentre cercano parcheggio, mentre sparano a bomba l'aria condizionata, mentre stendono l'asciugamano in spiaggiapratoparcoquellocheè, mentre fanno il bagno, mentre fanno merenda e/o aperitivo, mentre cenano, mentre mettono sulla griglia un brontosauro, mentre vanno in albergo/casa. Attendiamo solamente l'ulteriore passo in stile grande fratello con tanto di lavaggi del corpo. 
Ora sia chiaro anche io faccio foto, vedo gente... ah no quella era un'altra cosa, faccio video ma non è che ogni tre secondi metto on line la mia faccia mentre impreco perché non trovo posto con la macchina, oppure mi metto ad intasare i telefoni degli altri. 
Provate ad andare ad un concerto, chiaramente dopo avere chiesto un finanziamento alla Findomestic, e non vedrete più accendini al cielo ma marche di cellulari di ogni tipo svolazzare e riprendere. Non si guarda più il concerto direttamente ma attraverso un vetro, una sorta di vetrina portatile da 800 euro. 
Rimpiango i buon vecchi rullini da 36 foto, quando prima di farle decidevi se aveva senso o no usarne una, l'attesa dello sviluppo a fine vacanza, il giro dei parenti per farle vedere e gli album. Ora probabilmente abbiamo migliaia di foto che nn rivedremo mai ma che abbiamo sparso in giro su Chat e social. 
Finiremo a parlare con la persona che abbiamo ad un metro attraverso una videochiamata. 
Cabine del telefono di tutto il mondo unitevi!

martedì 9 luglio 2019 7 vostri commenti

Chernobyl, 1986. Non si deve sapere.

Era aprile ma c'era un caldo come a ferragosto. 
Avevo 11 anni e ricordo quel giorno come fosse ieri, vestiti a festa per la comunione di un'amica di famiglia. Mio fratello con degli improbabili pantaloni bianchi che negli anni ottanta però andavano di moda e io in azzurro credo. 
Il giardino della suore sembrava il Wyoming, anche i pesciolini rossi del mini laghetto chiedevano pietà.
Non sapevamo nulla. 
Nella Russia sovietica tra la notte del 25 aprile e il 26 aprile del 1986 nel Reattore 4 della centrale di Chernobyl successe una cosa inimmaginabile prima. L'esplosione del nucleo. 
Ora sappiamo molto di quella tragedia. 
La stupidità di un regime che non contemplava la sconfitta, l'errore. Non si poteva ammettere di avere tecnologia inferiore, datata o di seconda mano. Piccoli uomini burocrati che per avere riconoscimenti dal Cremlino se ne fregarono di ogni minima precauzione in termini di sicurezza. 
L'arroganza del potere esercitata su operatori impreparati e inermi. 
Il resto lo sappiamo purtroppo. L'esplosione, il mancato allarme mandando alla morte migliaia di pompieri e soccorritori. Un'evacuazione rimandata perché anche di fronte ad un'evidente sconfitta il regime non può mai ammettere. 
Un disastro che poteva avere un risvolto peggiore di quello che poi ha avuto, una catastrofe globale evitata in parte dal sacrificio di uomini, come i 400 minatori che scavarono per giorni, senza indumenti per il troppo caldo. 
Anche di fronte a tutto ciò il governo russo nascose i veri dati al mondo intero. La notizia della tragedia arrivò al resto del mondo solamente perché la nube tossica venne rilevata in Scandinavia. 
Morti e malattie che si potevano ancora evitare, ma che per la causa sovietica dovevano invece passare nel silenzio.
La serie Tv su Chernobyl ha il merito di tenere alto il ricordo di questa tragedia, di rammentare al mondo intero che la stupidità dell'uomo, del potere si ciba di bugie danneggiando tutto quello che incontra. Storie di uomini come Valery Legasov che hanno avuto il coraggio di denunciare i difetti di quei reattori, pagando con l'oblio questa sua decisione, cancellato dal KGB che non gli ha concesso nemmeno il privilegio della fucilazione, ma una morte trasparente. Divieto di parlare con chiunque, sequestrato nella propria casa.
Il suo suicidio avvenuto due anni dopo la tragedia di Chernobyl ha molto probabilmente messo il regime nelle condizioni di non poter più nascondere la verità, intervenendo anche sugli altri reattori attivi nel resto del paese. 
Questa una frase di Valery Legasov "Ogni menzogna che diciamo contaiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato".
I morti di Chernobyl non si riescono nemmeno a contare, tranne che per l'Unione Sovietica per la quale i decessi furono solamente 31.
lunedì 8 luglio 2019 8 vostri commenti

Quel mare

Estate.
Quelle di tanti anni fa. Mesi di vacanza pura, senza pensieri o impegni. La fine della scuola a metà giugno e da lì in poi fino a metà settembre mare, mare e ancora mare. 
Il posto è lo stesso dove Greta va con noi e i nonni, difficile però da riconoscere. 
Sono cambiate molte cose. Il campetto di cemento sostituito dal sintetico, niente più barche tra le quali nelle ore calde da piccoli ci mettevano a dormire.
Ricordo che trent'anni fa ognuno portava ad inizio stagione l'ombrellone e la sdraio che voleva. Ora tutto standard, tutto uguale per il decoro dello stabilimento. Il nostro era verde se ricordo bene e le sdraio erano quelle con le righine di plastica dura che una volta in piedi lasciavano la sagoma tatuata. 
Adesso sento spesso lamentele sulla qualità del ristorante, una volta era un lusso per pochi. Si partiva da casa con tanto di termos gigante a due strati, sotto il primo e sopra il secondo. Poi tavolate infinite in spiaggia, oppure sotto la cabina. Mica pranzi leggeri, ho visto lasagne e carne fritta servite in spiaggia che nemmeno vi immaginate. 
Il ricordo più bello però è la compagnia. Amici che ancora adesso in parte incontro, altri che hanno preso strade diverse. Si passava il tempo tra giochi nell'acqua, sfida alle onde, partite di calcio o semplicemente lo stare insieme. 
Aspettavamo ore ed ore per poter fare una partita che i "grandi" non ci concedevano mai. Ricordo quell'anno che per protesta occupammo il cerchio di centrocampo, un sit-in durato poco perché ci spostarono di peso. 
I genitori si vedevano solo nell'ora di pranzo e poi alla sera quando ci venivano a cercare per andare via. Il primo giorno quando si arrivava c'erano i saluti rituali a tutta la spiaggia della durata di circa due ore e meza.
Era un appuntamento fisso di tre mesi, perché nella maggior parte dei casi poi durante l'inverno non ci si vedeva. Così come quegli amori nati tra un ghiacciolo e l'altro. 
Ora Greta porta avanti la tradizione di famiglia, stesso ombrellone vicino ad alcune di quelle persone che mi hanno visto crescere, ma adesso tocca a me inseguirla per mettere la crema.
giovedì 4 luglio 2019 10 vostri commenti

MaLa Sanità?

Ogni volta che entro in una stanza del potere mi rendo conto di quanto la mia pazienza stia finendo,  di apri passo alle capacità diplomatiche. Forse sto invecchiando, oppure è semplicemente giusto così.
Il luogo del misfatto è Regione Liguria, manifestazione Cgil per chiedere incontro con le istituzioni per parlare di Sanità. Quella che dovrebbe interessare tutti in maniera trasversale al di là di ogni schieramento. 
Dovrebbe essere cosi. Invece da più di un anno la Regione non incontra i sindacati e non vuole discutere di numeri, dati alla mano per il sindacato mancano circa 800 unità degli ospedali, di cui 250 medici, oltre alla carenze strutturali. Per la Regione non è vero. 
Sia chiaro, il problema della Sanità nella mia Regione non inizia con questa Giunta, i primi a fare tagli sono stati i governi di Centro Sinistra. Questi stanno dando il colpo di grazia, trattando l'argomento come  si stesse parlando di segnaletica stradale. Nascondendo la pochezza della loro politica con scivoli di gomma, fuochi d'artificio e bandierine appese per le strade. 
Gli ospedali liguri sono allo stremo e l'Assessore Viale della Lega invece di prendere sul serio l'argomento durante l'incontro si è lasciata andare in risatine per poi abbandonare come sempre la sala  "per un impegno preso in precedenza".
Il resto ve lo risparmio, ore passate a sentire supercazzule per non dare incontro, telefonate all'assessore "che ora purtroppo ha il cellulare spento". 
La realtà è che le sale del Pronto Soccorso sono spesso piene, ma non per emergenze ma in normale amministrazione, a La Spezia la settimana scorsa un medico ha dovuto mandare via le persone esortandole a "cercare un altro ospedale". Condizionatori che non funzionano, o che se vanno  in una struttura poi non funzionano nell'altra. Pazienti spostati in continuazione da un reparto all'altro per questioni climatiche. Prenotazioni a distanza di mesi.
Per non parlare del personale, assunzioni che possono essere fatte ma che la Regione si guarda bene di fare. La strategia è quelle di portare sempre di più le persone nel privato, l'80% degli investimenti futuri nel Ponente cittadino saranno destinati ad un nuovo ospedale privato chiaramente su una collina raggiungibile con le aquile. Il tutto a danno degli ospedali che esistono già e che arrancano. 
Dispiace che ci sia poca partecipazione delle persone rispetto a questo argomento, e anche di altre sigle sindacali, purtroppo credo che la gente si accorga del problema sanità solamente quando ci passa direttamente. 
Quello che dovrebbe essere un argomento basilare per un paese che si definisce civile come sempre viene affrontato in termini di business.

venerdì 21 giugno 2019 7 vostri commenti

Sale vissute


Non ricordo con precisione il primo film visto al cinema. Mia madre dice che più di una volta da piccolo li ho costretti ad uscire dalla sala.
L'odore delle sale di una volta però è indimenticabile, la luce del proiettore e le teste di quelli che si alzavano per andare in bagno catapultate direttamente sul telone bianco, un profumo  misto di pellicola e sigarette,  perché nonostante il divieto  qualcuno continuava inesorabile la sfida al pericolo. 
Sale di una volta. Come quelle a Parigi, il Brady, denominato "cinema dei dannati", che proiettava film di serie b e di serie z, capolavori probabilmente ora introvabili. Aveva una particolarità, era utilizzato dai clochard come albergo. Per paura delle aggressioni molti di loro di notte non dormivano, quindi durante il giorno utilizzavano la sala del Brady come hotel con tanto di accompagnamento video. 
Dentro si poteva trovare di tutto, dagli intenditori di pellicole introvabili ai reietti della società, ma tutto filava liscio, tranne quando la pellicola si inceppava, perché anche se non si entrava per guardare il film si pretendeva il meglio, anche russando. 
Genova era la città dei cinema, ne ricordo parecchi e ora quando passo davanti alle vetrine che hanno sostituito l'ingresso dell'Orfeo, del'Augustus o dell'Olimpia scuoto la testa per ciò che abbiamo perduto. Come dimenticare poi le panche del cinema parrocchiale con il prete che girava con la torcia per controllare movimenti sospetti. 
Sostituiti dalle multisale così impersonali, così standard e perfette. 
Ora non c'è nemmeno più il gusto di sperare di non incontrare uno alto nel posto davanti, per non parlare del fatto che una volta entravi a film iniziato, rimanendo poi dentro per lo spettacolo successivo per recuperare le battute iniziali oppure per rivedere la scena migliore del film.
Il cinema si viveva.
Di cinema si viveva.



giovedì 13 giugno 2019 7 vostri commenti

Senza perdere il segno

La mia passione per i libri credo la conosciate già. Ciò che non sapete sicuramente è che lo spazio in casa ahimè sta per finire al punto che sono stato gentilmente invitato ad evitare acquisti o a traslocare nel box. Una sorta di biblioteca di quartiere all'umido. 
Mi capita spesso di notte di guardare le librerie, prendere qualche libro al volo per leggere o rileggere qualche capitolo o paragrafo. Una cosa che amo, che  riconcilia e  fa ritrovare la quiete dopo una giornata frenetica. 
Così mi ritrovo a incontrare vecchi personaggi mai persi grazie ai segnalibri lasciati in mezzo alle pagine, segni di una lettura messa in pausa in quel momento, magari per noia, o solo perché ogni libro ha il suo periodo adatto.
Nella penombra della sala succede quindi di sorridere per i tanti scontrini degli anni passati usati come segno, quelli di acquisti rimossi, formazioni di squadre ormai inesistenti, per non parlare dei foglietti con appunti presi per non essere poi mai riletti. 
Testimoni di un periodo della nostra vita in cui semplicemente avevamo voglia di leggere quel libro, amici in formato cartaceo che ci tengono il posto, come all'asilo quando si metteva la mano sulla sedia per riservarla all'amico del cuore.  
Potessero parlare i nostri segnalibri forse ci potrebbero raccontare come eravamo in quegli anni, perché non siamo andati avanti nelle pagine oppure chiederci il motivo di un acquisto senza senso. 
Forse meglio non interrogarli mai.
venerdì 7 giugno 2019 6 vostri commenti

Piccoli passi



"Ma son questi
predestinati a compiere un tal fatto
di cui il passato è il prologo e il futuro
sta nelle vostre mani e nelle mie."
La Tempesta - W. Shakespeare



Non è facile tenere sotto controllo il proprio pensiero. In alcuni momenti della giornata è molto probabile trovarsi di fronte ad un flash di tanti anni fa, una situazione o un episodio che tornano alla mente, dando inizio in alcuni casi ad interrogazioni rispetto al non detto o al non fatto. 
Oppure semplicemente tra noi e il prossimo passo in una frazione di secondo si possono innalzare montagne a prima vista insormontabili.
Forse davvero dovremmo cercare di stare nel qui ed ora, goderci solo il presente e pensare all'attimo subito dopo. 
A parole credo sia sempre facile dirlo, o forse no, possono anche essere rari i momenti in cui si è onesti con sé stessi. La pratica poi si scontra con le quotidiane tempeste o i raggi del sole che schiariscono le giornate. 
Avevo un amico che amava la Montagna, col quale purtroppo non ho mai avuto il piacere di andarci,   condividevamo anche il piacere della lettura e l'amore per i libri. Gli piacevano le cose semplici e quotidiane della vita, il favoloso gusto del passo dopo passo. 
Il prologo una volta passato effettivamente andrebbe lasciato li, così come le pagine seguenti sfogliate una ad una.


giovedì 6 giugno 2019 11 vostri commenti

Più favole per tutti

Il momento più bello della mia giornata è quando mi corico vicino a mia figlia per leggere una favola. 
Tutto il resto sparisce in pochi attimi ed insieme siamo catapultati in un'altra realtà. 
Prima di iniziare a leggere a volte le si riesce ad estorcere qualcosa sulla giornata passata, gli incontri all'asilo, frasi dette o ascoltate. Una sorta di momento della verità, solo quando vuole lei logicamente. 
Subito dopo con lo sfogliare delle pagine attraversiamo assieme il mondo di Frozen, per arrivare a quello dell'Elefantina che fa un viaggio per addormentarsi, passando per le favole africane, cimentandosi nelle avventure dei poveri folletti o dei draghi buoni. 
Spesso in quei momenti cerco di ricordare come ero io in quegli attimi, ma ero troppo piccolo e la memoria purtroppo non arriva così indietro. Ricordo però, o forse credo di ricordare, il momento del "rimboccare le coperte". La sicurezza che dava quel gesto, il calore e l'emozione. Le chiacchiere con mio fratello nel letto di fronte. 
Mi capita spesso subito dopo la favola di guardare mia figlia dormire, la sua espressione di pace e tranquillità. Una sorta di calmante naturale da portarsi dietro e da guardare per guarire dalla frenesia quotidiana. 
Forse abbiamo solo bisogno di favole e di qualcuno che ancora ci rimbocchi le coperte. 
giovedì 30 maggio 2019 10 vostri commenti

Maggioranza schizzinosa

Nessuna sorpresa, possiamo dirlo. Forse qualcuno pensava non di queste proporzioni ma la vittoria di Salvini a mio parere era scritta. Gli avvisi sono stati parecchi, anche tra le persone più vicine a noi, ovvero i consensi ricevuti anche dai cosiddetti insospettabili.
Il dato che dovrebbe far riflettere, ma che sicuramente nessun politico in maniera trasversale esaminerà, è l'astensione. Vero è che le elezioni europee non hanno mai attirato la grande massa alle urne, ma parliamo ormai di più di 22 milioni di cittadini che non si sognano minimamente di mettere una croce su un simbolo. Un numero elevatissimo di persone che non si riconosce in nulla, o semplicemente che si è rotto le palle. Nel 2004 l'affluenza era del 73,1%, per scendere nel 2009 al 65,5% e poi nel 2014 al 58,68%.
Non me la sento di inveire contro queste persone, per il semplice motivo che a sinistra il "tapparsi"il naso, l'accontentarsi ha portato a dei movimenti comparsi negli anni che hanno logorato il consenso e la fiducia, dimenticando spesso le problematiche del lavoro e dei diritti per occuparsi di altro, così come ha fatto anche l'Europa per troppo tempo parlando sempre più di conti e sempre meno delle persone.
Credo anche che dentro a quel 46% purtroppo ci sia una grossa parte di persone che proprio non si interessa di politica, che non partecipa e che vive la cosa come un fastidio. Questo francamente non lo condivido perché anche se il risultato finale è lo stesso un conto è non essere d'accordo con nessun programma elettorale altro invece è fregarsene. 
Ma quanti leggono i programmi elettorali?
Cosa voterà quel 46% se mai dovesse decidere di partecipare oggi come oggi non è dato sapere, forse studiando i flussi elettorali, o forse no. 
Rimane il fatto che, leggendo i risultati anche delle ultime elezioni politiche, la partecipazione sia sempre più in calo. Cosa che negli altri paesi, se non sbaglio soprattutto fuori Europa, succede da parecchio tempo.
Per quanto riguarda la Sinistra per ora mi viene solo da dire che non si può pensare di trovare consenso ogni volta solo cambiando nome e simbolo, evidentemente serve ben altro. 
O forse questo è un paese di destra, da sempre. 




venerdì 24 maggio 2019 13 vostri commenti

Non posso stare a casa

Non posso stare a casa. Non me lo posso permettere e non potrei guardarmi allo specchio. 
Non posso stare a casa mentre la mia città, medaglia d'oro per la resistenza, viene continuamente insultata da organizzazioni che non dovrebbero esistere, da commemorazioni di fascisti che non hanno mai rinnegato il regime autoritario.
Non posso stare a casa perché il mio bisnonno era socialista e non ha mai abbassato la testa davanti alle camicie nere, negli anni in cui quel colore non era quello di Casapound e Forza Nuova ma quello degli squadristi. 
Non posso stare a casa perché nel 1960 mio padre li ha cacciati i fascisti dalla mia città quando a distanza di 15 anni dalla liberazione volevano parlare in una piazza.
Non posso stare a casa perché, anche se non lo sono, sento la tuta blu di mio papà cucita addosso come una seconda pelle. 
Non posso stare a casa perché ho ancora in mente le immagini del G8, le infiltrazioni, Fini che dirige le manovre da Forte San Giuliano, le imboscate, le botte su Mani Tese inermi, le cariche sul corteo del Sabato contro donne, ragazzi e anziani, le molotov messe nella Diaz e i pestaggi nella caserma di Bolzaneto. 
Non posso stare a casa perché le grate e le zone rosse nella mia città non le voglio più vedere.
Non posso stare a casa finché vedrò lanciare lacrimogeni ad altezza uomo. 
Non posso stare a casa perché in questo paese ancora una volta viene massacrato uno che grida più volte di essere un giornalista. 
Non posso stare a casa perché voglio che mia figlia cresca coi valori della Resistenza, libera. 
Non posso stare a casa perché non si può più delegare e stare in silenzio, non possiamo più pensare tanto ci sarà qualcuno che andrà, non possiamo più lasciare spazi vuoti riempiti da questi personaggi incostituzionali.
Non possiamo più stare a casa. 



giovedì 23 maggio 2019 5 vostri commenti

Capaci

Avevo 17 anni quel 23 maggio, anzi 16. 
Ho ancora in mente lo stato d'animo di quel periodo in cui ogni giorno si ascoltava il telegiornale dividendosi tra arresti e stragi. 
Capaci per noi ragazzi di quel periodo credo abbia rappresentato uno spartiacque, una sorta di porta di ingresso nella maggiore età in maniera rapida. Una presa di coscienza, non per tutti sia chiaro, dello stato del paese in cui vivevamo. 
La vita politica era contesa da una parte di politici corrotti, da una parte di politici mafiosi, da quelli che li contestavano e da quelli che ce li avevano messi voltandosi da sempre dall'altra parte. 
Non dimenticherò mai i funerali si stato e la voce della vedova Schifani. Oggi ho ancora i brividi se ripenso alle sue parole. 

"Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...
Ma loro non cambiano... [...] ...loro non vogliono cambiare...
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore..."

Come non scorderò mai il volto di Antonino Caponetto, poi incontrato un anno dopo qui a Genova. 
Ora spaventa molto il silenzio sulla mafia, un problema che sembra lontano dalle cronache e dalle agende politiche dove stanno al primo posto altre cose che portano voti facili. 
Capaci non deve rimanere un cartello stradale distrutto.
lunedì 20 maggio 2019 10 vostri commenti

Chi indossa veramente la maschera?


Un paese può davvero avere paura di Zorro? 
La scena di qualche giorno fa credo possa essere presa come simbolo della situazione attuale, ovvero  una fase, che oltre ad essere pericolosa, si avvicina all'isterismo politico. La rimozione di uno striscione con delle parole che francamente non vedo come possano non essere condivise da tutti.
Mentre un ministro della Repubblica con in mano un rosario faceva il nome di Maria riportandoci indietro di parecchi anni lanciando un anatema, di fronte un lenzuolo con su scritto Restiamo Umani veniva tirato via come un vecchio straccio da non far vedere agli ospiti illustri arrivati a casa. 
Questi sono i tempi in cui viviamo, una realtà che sembra capovolta, dove ogni giorno la costituzione viene derisa con la sola presenza delle organizzazioni fasciste che sventolano orgogliosamente i loro simboli, dove una professoressa viene sospesa solo perché ha omesso di segnalare una ricerca "scomoda" fatta da studenti di 14 anni. 
Forse quello striscione rappresenta davvero il nostro paese, la rimozione dell'umanità che pare perduta. 
lunedì 13 maggio 2019 8 vostri commenti

Abbiamo bisogno di aiuto, di amici.


Siamo di nuovo qua in difficoltà. 
Ancora una volta il Teatro del quale sono socio e molto umilmente "attore" deve chiedere aiuto ai suoi "amici", coloro che alla fine non lo abbandonano mai. 
Il pubblico. 
Il Teatro dell'Ortica come forse sapete visto che mi è già capitato di parlarne in altre situazioni si occupa di teatro Sociale, lavora nelle carceri, con pazienti psichiatrici, al Cepim con ragazzi con Sindrome di Down, con le donne di vittime di violenze e nelle scuole
Inoltre, ogni anno nel periodo giugno-agosto organizza il Festival Teatrale dell'Acquedotto Storico, un gioiello architettonico che percorre le vallate di Genova.
Sostanzialmente portiamo il Teatro dove spesso non arriva, nei paesini, nei quartieri di periferia, nelle creuze, raccontando storie, portando un sorriso e facendo riflettere su molti argomenti. 
Quest'anno non abbiamo ancora la certezza dei finanziamenti pubblici che credetemi non sarebbero nemmeno cifre incredibili. Abbiamo deciso però di andare avanti lo stesso come sempre, resistendo. 
Provando a chiedere l'aiuto al nostro pubblico e a tutti gli amici con un crowdfunding, una raccolta fondi. 
Se potete anche con poco potete darci una mano ad andare avanti, per ricordare a tutti che anche le periferie hanno i loro diritti, che il teatro e la cultura posso aiutarci ad uscire da questo vicolo buio che sembra infinito. 
Qui sotto metto il link alla raccolta fondi. 
Vi ringrazio come sempre anche solo per avere letto queste righe. 

https://www.produzionidalbasso.com/project/festival-teatrale-dell-acquedotto-2019-xi-edizione/



lunedì 29 aprile 2019 14 vostri commenti

Capelli al vento


Francamente non ricordo se si trattava di "sintesi della tecnica esclusiva", mi ricordo però che ne andavo fiero. Il mio primo motorino, comprato usato, per 800mila lire, grazie anche ad una vincita al lotto. Avevo sognato le percentuali di voto alle elezioni, probabilmente avevo mangiato pesante.  Cinquantino color nero, con sopra il parafango anteriore dipinto il Che. 
Il mio primo approccio però con un motorino è stato su quello di una mia compagna di classe. Dovevamo andare tutti insieme con la compagnia su a Forte dei Ratti prendendo una stradina molto ripida. La prima volta alla guida. Chissà probabilmente è il mio destino visto che anche la prima volta al volante è avvenuta in un contesto di difficoltà 10, ovvero con le doglie come musica di sottofondo. 
Tornando indietro a quella prima corsa, ricordo di aver guidato bene ma di aver concluso il tragitto dentro una pozzanghera proprio davanti al forte. Una sorta di atterraggio di emergenza. 
Del mio primo Si invece ricordo le partenze con la pedalata, oppure quelle in discesa con tanto di scatto per la messa in moto. Per non parlare delle giornate d'estate con in capelli al vento, ora sarei fermo ogni momento a togliermi gli insetti dagli occhi. 
Magari quando si è giovani i moscerini ti evitano, chi lo sa.

giovedì 25 aprile 2019 9 vostri commenti

Resistere!


In qualche maniera 
non sarai mai sola 
a cercare e difendere 
la libertà.

Buon 25 aprile a tutti!!!
martedì 16 aprile 2019 7 vostri commenti

Post ragione

Cosa siamo diventati? E' davvero colpa dei social o siamo sempre stati così aridi e colmi di odio, vendetta, superficialità, banalità del male. 
Le immagini di Notre Dame che brucia sono ancora nella mente, ognuno credo abbiamo un suo ricordo legato a Parigi. Ricordo che il primo approccio con quella magica città nel 1994 fu proprio davanti alla cattedrale. Colazione con croissant e una mazzata di 9 franchi. Poi la sua presenza imponente per tutto il resto del viaggio. 
Un simbolo religioso ma anche laico, è di proprietà dello Stato,  testimone della storia francese e non solo. Distrutta ora in parte per l'incuria dell'uomo che troppo spesso sottovaluta l'importanza della sicurezza e della manutenzione. 
Le immagini del ponte Morandi rimarranno per anni nella mente di noi genovesi, episodi che ci fanno capire quanto possa essere fragile la nostra esistenza e la nostra eredità storica, soprattutto se lasciata in balia del passare degli anni e dell'incuria dell'uomo stesso. 
Non si sono fatti attendere come al solito i fenomeni da social capitanati dall'uomo del momento, il nostro ministro dell'Interno che in pochi minuti passa dal dichiarare la piena solidarietà del nostro paese ad un post sul grande Fratello. Nulla di nuovo, sia chiaro, un comportamento perfettamente in linea col personaggio. Così come non sono una novità nemmeno i commenti dei suoi sostenitori. 
Ho appena finito di discutere con una persona che mi ha ricordato di non aver visto "Macron chiudere la televisione dopo il crollo del Ponte Morandi". 
Ecco. Siamo arrivati al punto che non si prende come esempio un comportamento corretto ma piuttosto si tende ad iscriversi ad una gara al peggio. In questo momento molti fanno riferimento alla famosa vignetta di Charlie Hebdo contro l'Italia, una sorta di specchio riflesso, per molti un gioco al ribasso.
Un baratro.
giovedì 11 aprile 2019 12 vostri commenti

Vite fantasma

Settanta euro per un viaggio in pullman destinazione Padova, oppure aggiungendone trenta si può arrivare fino a Palermo e trovare magari anche un po' di sole. Anche se il clima rumeno forse assomiglia di può a quello del Veneto, oppure non fa differenza chi lo sa. Tanto in ogni caso chi ha il tempo di andare al mare. Stendere un semplice asciugamano e sdraiarsi, uscire con le amiche di sabato o domenica. Già la domenica quella che magari una volta si passava in famiglia, facendo la pasta, mangiando un bel piatto di musacà, poi canti e balli. 
Invece ora solo urla, a volte anche maltrattamenti, liquidati in poco tempo dopo essere magari stati pagati male e in nero per badare ventiquattrore su ventiquattro ai nonni, gli zii e padri o le madri degli italiani. 
"Sindrome Italia", ha un nome questa malattia che è stata diagnostica in passato anche ai sudamericani tornati nel loro paese dopo tanti anni passati da noi a fare il lavoro da badante.  Crisi di panico e ansia, causati il più delle volte per colpa delle notti insonni e della mancanza di riposo che ogni lavoratore dovrebbe avere. Crisi per il pensiero costante ad una vita andata e non vissuta, anzi passata lontano dai propri figli delegando la loro crescita e la loro educazione. Nonni che diventano genitori, genitori che diventano figli di persone estranee che non possono essere accudite perché spesso non si può fare a meno di lavorare, o perché l'assistenza costa troppo oppure perché quando si è vecchio si viene messi in un angolo.
Anche queste sono vite. 
Spesso dimenticate.
venerdì 5 aprile 2019 11 vostri commenti

La speranza ha 15 anni

Al di là di ciò che si pensa, il coraggio di Simone, quindicenne romano, è un'iniezione di speranza. Affrontare persone come quelli viste nelle immagini, gente che arriva a calpestare cibo, aggredendo l'operatore che stava portando viveri non è da tutti. Tutto ciò soprattutto in tempi in cui la partecipazione è sempre meno a 360 gradi. 
Certe cose fanno tornare alla mente i discorsi che spesso sentiamo sui "giovani d'oggi" che in molti casi vengono citati o ricordati solo per i loro difetti. 
Le parole di Simone non sono politiche, lo dice anche lui, ma di civiltà. Un ragazzo che dice "nessuno deve rimanere indietro". Già, se solo ci soffermassimo sull'importanza di questa frase avremmo fatto cento. Parole alle quali si da poco peso, in un momento storico in cui troppi vengono lasciati indietro, vuoti riempiti da  movimenti e personaggi pericolosi che cavalcano il malcontento trovando nello straniero di turno il capro espiatorio. 
Mi ha colpito anche un'altra frase detta da Simone, che ora non deve diventare simbolo di nessuno sia chiaro, quando dice che "se rubano gli italiani nel quartiere non gli diciamo niente"
Simone.
15 anni. 
La speranza.
martedì 2 aprile 2019 22 vostri commenti

Dieci anni

Rileggersi è sempre piacevole. A volte capita di scorrere pagine scritte e non riconoscersi oppure ritrovarsi in quel momento preciso, scrollando la testa o sorridendo. 
Il primo me lo ricordo molto bene "Quando si dice... il primo è il più difficile" era il 21 marzo 2009 e non ero al massimo della forma. Un matrimonio finito da poco, dopo una storia durata 15 anni, e un anno in cui non sono stato da nessuna parte e da tutte le parti. 
Poi a dicembre 2008 le sliding doors della mia vita mi hanno fatto rincontrare la ragazza che ora è mia moglie, conosciuta durante l'università e poi ritrovata ogni tanto per le vie di Genova, non c'erano i cellulari, o su una cartolina spedita alla Thailandia. 
Un 2008 iniziato toccando il fondo, salvato da un gruppo di amici e un divano che ogni sera mi accoglieva. Chitarre, sigarette, vino e tanto casino. Finito però in bellezza con un bacio da innamorato dato come un quindicenne in una piazza di Genova.
Ho sempre amato scrivere, ma in quel periodo sentivo proprio l'esigenza di farlo in maniera sistematica. A 33 anni mi sono ritrovato solo a ricominciare tutto dall'inizio quando fino a quel momento ero sempre esistito come coppia. 
Ricordo la faccia di mio padre quando gli dissi della separazione - "non ti preoccupare ritiro su il muro e rifacciamo la tua camera!". Invece poi trovai una casa piccola lì vicino che ancora oggi vediamo quando con Greta facciamo una passeggiata - "la vedi, quella è stata la prima casetta di papà e mamma" - un buco, ma ci stavamo bene. 
Poi quella sera di inizio primavera la nascita del blog e come i primi fans i miei amici Marco e Paolo. L'idea era quella di un diario personale, mutato nel corso degli anni come sono cambiato io. Ora non sono più quello di dieci anni fa e non so nemmeno come sarò domani. 
In questi 10 anni di I Diari dello scooter di cose ne sono successe e ho cercato di parlarne in questi 1633 post, belli, brutti, semplici, banali, scritti bene o male. Non lo so, ho sempre pensato che alla fine sono come i nostri diari scolastici, o i nostri quaderni nascosti. Scrivere quando ne sentiamo l'esigenza. Momenti brutti purtroppo come la morte di mia nonna o meravigliosi come il viaggio di 6000 km in scooter in giro per l'Italia. Indimenticabile. E tanti altri, il primo anniversario, una scelta difficile da prendere e poi quello del 4 agosto 2014 quando nacque una mini blogger.
Ho incontrato tanti amici e nemici virtuali in questi anni. Molti non scrivono più e mi dispiace molto, perché ricordo meravigliosi dibattiti. Ora forse la moda è quella della lettura "tutta e subito", delle poche righe, del tempo che fugge. 
Molti sono ancora qui a leggere e scrivere, qualche blogger poi l'ho anche visto in carne ed ossa. Incontri davvero piacevoli. 
Un blog iniziato da neo separato e ora invece padre di una bimba di quasi 5 anni innamorato degli occhibelli di sua mamma, nata proprio a metà di questo periodo. Una sorta di punto più alto raggiunto, anche se non credo sia tutta in discesa da qui in poi, anzi non lo deve essere perché alla fine il sale della vita credo siano le sfide da affrontare e i cambiamenti da accogliere. 
Allora al prossimo post e grazie a chi viene a trovarmi da 10 anni e a quelli che verranno. 
lunedì 1 aprile 2019 6 vostri commenti

Cafone

L'immagine di quell'uomo o quel "cafone", come definito da Di Maio, che si prende gioco della poliziotta arrivando testa a testa con lei apostrofandola poi con il termine "cogliona" è il perfetto riassunto della situazione del paese. 
Il senso di impunità che questi personaggi stanno provando è pericoloso,  il continuo inneggiare a slogan fascisti, illegali per legge bisognerebbe ricordarlo, fa davvero pensare ad una lancetta che scorre indietro nel tempo.
So già che qualcuno dirà che anche nei cortei di sinistra si scherniscono i poliziotti, assolutamente vero. Chi è onesto però non può non notare la differenza di comportamento. Ho visto volare manganelli per molto meno, per sguardi, oppure solo per la presenza di manifestanti. A Verona mi è parso di vedere una poliziotta che ha cercato di intervenire arrivando però a  ridimensionarsi per l'aggressione di questo "cafone", sempre per citare Di Maio. 
Già quest'ultimo che si vergogna anche di nominare la parola "fascismo" perchè è di questo che stiamo parlando. Non si tratta di fez né tantomeno di gente in braghette corte e camicia nera ma arriva sotto abiti moderni, come quelli di uno che passeggia con un cane e insulta il poliziotto di turno facendo vedere anche il fondoschiena, arrivando addirittura a minacciare chi è in divisa perchè "mi hai spinto". 
Il giorno dopo non mi pare di avere visto Tweet del ministro dell'interno digitale, nessuna foto con tanto di felpa e foto della poliziotta. Niente solo la sua comparsa al congresso della vergogna e un tweet del suo socio pentastellato che non si sbilanci nemmeno quando deve scegliere un hamburger al bar. 
Tempi duri e bui. 

sabato 30 marzo 2019 10 vostri commenti

2019 la Paura

Per troppo tempo questo paese ha preso alla leggera la Lega, incasellata tra folklore e goliardia. Le ampolline alle sorgenti del Po vestiti di verde, la secessione, la pulizia con spruzzino delle carrozze dei treni occupate da persone di colore, le manette in parlamento, gli insulti ai meridionali.
Oggi con triplo salto mortale hanno messo via la bandiera del Nord per cavalcare il nazionalismo, gli stessi che bruciavano il tricolore. Trasformismo per occupare posizioni di governo.
Verona non deve far sorridere, deve farci riflettere sul pericolo che stiamo correndo e sul futuro dei nostri figli, un salto indietro nel tempo che rischia di eliminare diritti basilari per una società civile.
Verona è la morte della ragione, è paura.
giovedì 21 marzo 2019 23 vostri commenti

Non era questione di pollici


Non sono così in là con l'età ma ricordo molto bene i racconti di mia nonna, dei miei zii o dei miei genitori.  Una sorta di migrazione del quartiere nell'unico posto dove c'era lei. Signora televisione. Un canale solo, poi due. Prima in bianco e nero e poi verso la fine degli anni 70 a colori. 
Anni in cui la parola social aveva una vocale come finale e il suo significato era quello di entrare in rapporto con qualcuno, in questo caso sempre attraverso un mezzo come quello televisivo. 
Eravamo noi ad andare da lei. 
Non era una questione di pollici, di 4k, di velocità della fibra e di streaming. C'era quello. 
Ho ancora impresso nella memorai fotografica una delle nostre televisioni, arancione e senza telecomando. Era il periodo in cui ti dovevi alzare per cambiare canale e spesso la fatica vinceva sulla poca qualità del programma in onda in quel momento. 
Una sola televisione presente in casa e nella sala dove tutti quanti potevano vederla, il tinello come si chiamava. 
Ricordi che si incrociano, eventi della nostra vita, pubblici o privati, piacevoli o meno che si associano alle diverse televisioni. Quella delle Edizioni straordinarie, delle stragi e delle guerre nel Golfo. Quella dei mondiali vinti e quell'urlo di Tardelli oppure quella delle bandierine che Emilio Fede piazzava sull'Italia continuando a scrollare la testa per la sconfitta di Berlusconi. 
Altri canali.




giovedì 28 febbraio 2019 8 vostri commenti

1993


Parigi è un sogno. E' un'avventura da diciassettenne, è il 1993, è una passeggiata sugli Champs-Elysées con il bomber e lo stemma della Fossa dei Grifoni sul braccio sinistro, è una sigaretta rubata sotto la Tour e una foto che nessuno dovrà vedere, è un singolo di Bon Jovi, è un bacio atteso da anni, è un francese che ci insulta sul metro chiamandoci "socialisti", è il rosso del Moulin Rouge, è la Galleria degli impressionisti guardata con un occhio mentre con l'altro si guardava una ragazza, è una corsa senza senso sul piazzale della Défense, è una t-shirt di Einstein presa a Montmarte, è un cappello che ancora indosso, è una fila di gettoni che volano per una telefonata, è un rullino che non basta mai, è una cotoletta con contorno di spaghetti, è una notte tutti nella stessa camera, è un francese improbabile, è una classe indimenticabile e un viaggio in treno col cuore che batte perché al confine il sogno finisce, è la gioventù.

mercoledì 20 febbraio 2019 10 vostri commenti

Dalle stelle alle stalle


Viviamo in un momento davvero particolare. 
Quante volte abbiamo detto questa frase. Ricordo il periodo del berlusconismo, anni bui, anni di leggi ad personam, una sorta di occupazione privata dello stato. Fascisti al governo, Previti alla difesa, Tremonti quello della finanza creativa al ministero delle Finanze, Maroni ministro dell'Interno. 
Anche il quel caso un governo bluff, che fece un'alleanza al sud con Alleanza Nazionale e al Nord con la Lega di Bossi, quella che andava ancora in giro con le ampolline sul fiume Po.
Sono passati 25 anni e ora al governo abbiamo due partiti (?) che non si sono presentati insieme alle elezioni, come d'altra parte quelli dell'esecutivo precedente, e che hanno solo una cosa in mente non mollare le stanze del potere. 
Da una parte abbiamo il genio dei male di Salvini che ha capito come comunicare con gli italiani, che ahimè fanno preoccupare, twittando qualunque cosa. Se nell'aria c'è una sommossa contro Sanremo ecco che arriva immediatamente il messaggio di Salvini contro la giuria. La nazionale di calcio non vince, ecco che arriva il messaggio di Salvini a favore delle rose con giocatori italiani. Per non parlare dei selfie, mentre mangia la nutella, mentre mangia la pasta al ragù, mentre indossa la divisa della polizia, dei pompieri o di una squadra di calcio, quella della finanza per ora no, chissà magari non gli stanno simpatici per la questione dei 49 milioni di euro. 
Dall'altra parte i grillini che osannano una piattaforma privata di voto, fieri di 55mila voti, una cosa del genere, tenendo conto che alle ultime elezioni hanno preso più di 10milioni di voti mi chiedo di cosa stiamo parlando. Quelli che si sono presentati al paese come duri e puri, che hanno fatto della coerenza la loro bandiera,  hanno sdoganato l'immunità parlamentare arrivando alla dichiarazione imbarazzante del ministro della giustizia "Chiariamo: qui non si parla dell’immunità di un politico che si fa scudo del suo essere politico rispetto ad un atto che ha compiuto nel proprio interesse". Una di quelle dichiarazioni che fanno ripetere più volte "l'ha detta proprio così?!?". Si proprio così. Sostenendo in pratica che Salvini ha commesso un reato non per se ma per gli altri, sdoganando anche in un colpo solo Tangetopoli. 
La cosa che mi preoccupa di più di questo governo è il razzismo che sta facendo venire fuori nelle città, nelle piccole realtà, oltre al fatto che spaventa l'incompetenza e la totale mancanza di una politica del lavoro. Nella mia città stanno continuando a chiudere attività e aziende mentre questi si esaltano per 55 mila contatti su una piattaforma oppure sono impegnati a farsi selfie chiudendo porti in faccia alla gente. 
venerdì 1 febbraio 2019 15 vostri commenti

Tuo figlio


Durante la notte ci alziamo, a volte, per andare a rimboccarle le coperte. Certo abbiamo i caloriferi accesi e finestre buone che tengono gli spifferi, ma lei dorme scoperta per poi rannicchiarsi perché si sa nelle ore notturne poi la temperatura cala e a star fermi si prende freddo. 
Durante il giorno poi dalle nostre parti il vento firma ogni ora con delle folate che spesso ci aiutano a tenere lontano le nuvole, quelle cariche di pioggia, ma che può essere dispettoso e procurarti quel mal di gola stagionale. Quindi cappello bene messo, sciarpina e giacca chiusa bene, che anche se abbiamo quattro anni stiamo imparando da sole a infilarcela.
Durante il pomeriggio la voglia  di aiutare i nonni o mamma e papà è tanta, ma per andare sul poggiolo sempre meglio coprirsi. E poi mi raccomando sul marciapiede quando siamo per strada e la mano ben stretta negli attraversamenti. 
Già, se fosse tuo figlio.

venerdì 25 gennaio 2019 15 vostri commenti

Va tutto bene

Genova ultimamente sembra un pugile messo all'angolo, con la guardia alta ma a tratti con le gambe molli sul punto di cadere. Il crollo del ponte Morandi ci accompagna ogni giorno, la mente non può dimenticare quelle persone e il fatto di essere dei sopravvissuti ad una tragedia.  
Ogni mattina per molti di noi  inizia l'avventura per raggiungere il posto di lavoro, ritardi che si accumulano, minuti che diventano ore. Io sono tra i fortunati che non devono attraversare la città.
Due giorni fa anche la neve ha voluto mostrarci la sua forza, un fascino che in poco tempo si è trasformato in disagio, soprattutto per l'incompetenza di chi dovrebbe gestire situazioni del genere. Mi ha colpito la reazione di molti genovesi, in passato pronti a fare le pulci per ogni cosa ai sindaci precedenti, attaccati anche giustamente, ma ora invece folgorati dalla luce divina di questo sindaco che non fa nulla ma "lavora bene".
In noi è ancora fresca la tragedia dell'alluvione e le responsabilità di alcuni amministratori di centro sinistra. Ora però va di moda tirare in ballo "quelli di prima" anche se non c'entrano, al di là dell'operato di chi in questo momento governa la cosa pubblica. Quindi l'amministrazione Bucci viene definita come la migliore degli ultimi tempi nonostante, la vergognosa gestione del maltempo di due giorni fa, nonostante i tagli al sociale sempre più massacrato, nonostante i parcheggi si continuino a pagare una cifra esagerata (l'altro ieri 3 ore e mezza 7 euro), nonostante gli autobus del servizio pubblico si fermino per strada e potrei andare avanti. Però, perché noi siamo la Repubblica del però, ha spostato dal centro cittadino il "vergognoso", come definito da molti, mercatino degli immigrati, spostato a Ponente, mica chiuso, fuori dalla vista della Genova bene. Per non dimenticare gli ombrellini colorati e lo scivolo che non scivolava in via XX Settembre.
Del suo amico Toti che governa la Regione non ho più neanche voglia di parlare, cito solo i tagli fatti dalla sua giunta ai servizi ai disabili caduti nel nulla e il progetto di privatizzazione degli ospedali liguri.
Ma che dobbiamo dire. 
Stanno lavorando bene.

giovedì 24 gennaio 2019 14 vostri commenti

Rossa



Ho sempre amato questa foto di Guido Rossa e ora, da padre, ancora di più. Così come quel cappello comprato da mio papà durante il suo funerale, il 29 gennaio del 1979, in una giornata in cui anche il cielo piangeva.
Forse spinto da quella tuta blu indossata per una vita in fabbrica da mio padre e dalla consapevolezza che ogni cosa va conquistata col sudore, coraggio, partecipazione e onestà.
Per sé stessi ma soprattutto per gli altri.
venerdì 4 gennaio 2019 18 vostri commenti

Cameretta alla rivoluzione

Uno pensa di essere preparato a tutto. Spesso ce la raccontiamo o magari cerchiamo di mostrare sicurezza per rassicurare gli altri. Poi alla fine quando ci si ritrova soli a fissare la libreria di casa è impossibile raccontarsela. 
Sia chiaro, nessuno tragedia. Solo un piccolo gradino di crescita da genitori, il passaggio alla cameretta. 
La cosa davvero divertente (?) è che la più pronta e preparata sembra davvero essere l'elemento della famiglia che ha 4 anni. Dopo una prima notte serena con mamma vicino nel letto di soccorso, stasera è di là tranquilla che dorme sola con una lucina, mentre il sottoscritto, che comunque è sempre nottambulo, fa da granatiere in una cerimonia ufficiale. 
Non credo ci siano formule magiche da genitori, ma solo strade che si prendono. In questo caso la libera scelta di un bimba di quattro anni che ha deciso di andare nella sua camera con tanto entusiasmo.
Nel mezzo questa volta ci finiscono mamma e papà.
Ora controllo luci e via di fuga e poi torno a fare il granatiere. 
Buonanotte, forse.

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