Si ora puoi camminarci in via Ferreggiano. Puoi viverci. Puoi guardare le case, passare sui marciapiedi, salutare la gente, le famiglie che fanno la spesa, i bambini che giocano nella piazza affianco e al sabato andare al mercato rionale.
Si ora puoi camminarci.
Ma la mente è sempre altrove, lo sguardo non può non voltarsi a guardare quel palazzo dove 6 vite sono state spezzate, non può non voltarsi verso quella curva da dove è sbucato all'improvviso il fiume. Non può non voltarsi verso quelle vetrine ancora rotte, negozi che non hanno riaperto.
Lo sguardo si perde sugli striscioni per ringraziare gli angeli. parole e volti che ci ricordano che tutto può succedere ancora, che il torrente è ancora li, che i soldi da Roma non sono arrivati, che Sestri Ponente aspetta ancora quelli di un anno e mezzo fa.
La gente muore.
Muore anche dopo si. Muore di solitudine delle istituzioni, muore di ricordi di persone scomparse, muore perché ha perso tutto.
Genova è stata colpita di nuovo in questi giorni.
Perché dopo le risate de L'Aquila ora ci sono gli appuntamenti degli sciacalli degli appalti. Quelli che a poche ore dall'alluvione si incontrano già per dividersi gli appalti, con tanto di contanti nel portafoglio per ungere gli ingranaggi giusti. Per fare i lavori urgenti, per prenderseli subito e poi intanto quando finiranno chissenefrega, la cosa importante è arraffare poi se non si hanno i mezzi è lo stesso, poi se i cantieri non si chiudono è lo stesso, magari con un bel po di gente anche in nero.
Si, moriamo ogni volta che succedono queste cose.
Ogni volta che una tragedia finisce ed inizia il valzer dei soldi, degli incontri, delle telefonate, del "mi fai un favore a me che poi lo faccio a te".
C'è ancora il fango negli angoli delle strade, è li fermo, secco quasi a testimoniare per ciò che è accaduto, come un avviso, un monito per tutti e in primis per le istituzioni.
Ma il fango che fa male ancora di più, ora, è quello sulle coscienze inesistenti di questi individui che non si possono neanche definire uomini.