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lunedì 19 giugno 2023 12 vostri commenti

SI chiamava Moshin

Si chiamava Moshin Shazad aveva 32 anni.
Un uomo.
Espressione seria, due figli piccoli, moglie e madre da mantenere.
Partito da Lalamusa, Pakistan, uno di quei paese dove noi occidentali ogni tanto andiamo, facciamo un po' di casino e poi lasciamo le macerie.
Non riusciva a trovare un lavoro stabile, un problema se le bocche da sfamare diventano tante. Non come cercare posto sotto casa alla sera, un problema vero, serio.
Prima di imbarcarsi da Tobruk, Libia, ha telefonato al cugino. Doveva raggiungerlo in Norvegia. Non era solo, c'erano 4 amici con lui.
E' naufragato il 14 giugno, davanti alle coste della Grecia, disperso.
Si chiamava Moshin Shazad aveva 32 anni.
Un uomo, non un numero.
venerdì 16 giugno 2023 7 vostri commenti

Buio

Non sappiamo nemmeno il numero esatto, perché fondamentalmente ormai il mondo da per scontato che quelle morti facciano parte della normalità. 

Più di 600 persone morte in fondo al mare. 

100 bambini. La strage più grande del mediterraneo che verrà dimenticata in pochi giorni. 

Questa è una società che ingoia tutto. Un pensiero individualista che ormai troviamo in ogni angolo della strada, che porta le persone a dire "l'importante è che io sia al sicuro".   Il resto non conta. 

Ci stiamo dimenticando di "quel resto". Non siamo più umani. L'Italia si è fermata per sette giorni che rimarranno una vergogna storica, mentre tira dritto senza voltarsi davanti alle violenze, alle morti sul lavoro e alle persone che affogano mentre stanno cercando una speranza. 

E' notte. 

Fonda. 

giovedì 17 ottobre 2019 22 vostri commenti

Abisso


Ieri sera tornato a casa ho abbracciato Greta. Lo faccio ogni volta, ma ieri è stato diverso e oggi il pensiero è ancora lì, ancorato a quella sensazione e a quella mamma morta annegata con la figlia nel mare di Lampedusa avvolte in un ultimo abbraccio. 
"Mi chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare" diceva Guccini. Purtroppo la risposta ora la sappiamo e ogni giorno abbiamo prove e testimonianze di una civiltà che commette  gli stessi sbagli già fatti nella storia. Guerre, stragi, muri costruiti per respingere, leggi che lasciano fuori gli ultimi e che li costringono a viaggi della speranza senza possibilità.
I deboli come sempre schiacciati dal peso delle decisioni degli uomini di potere e dall'indifferenza della gente. 
La sensazione è che ormai siano tutte notizie di routine, perché intanto non ci riguardano da vicino, non sono cose che accadono sul nostro pianerottolo, nemmeno nella nostra via un luogo che probabilmente ci interessa poco.
In quell'abisso ci siamo anche noi. 


venerdì 1 febbraio 2019 15 vostri commenti

Tuo figlio


Durante la notte ci alziamo, a volte, per andare a rimboccarle le coperte. Certo abbiamo i caloriferi accesi e finestre buone che tengono gli spifferi, ma lei dorme scoperta per poi rannicchiarsi perché si sa nelle ore notturne poi la temperatura cala e a star fermi si prende freddo. 
Durante il giorno poi dalle nostre parti il vento firma ogni ora con delle folate che spesso ci aiutano a tenere lontano le nuvole, quelle cariche di pioggia, ma che può essere dispettoso e procurarti quel mal di gola stagionale. Quindi cappello bene messo, sciarpina e giacca chiusa bene, che anche se abbiamo quattro anni stiamo imparando da sole a infilarcela.
Durante il pomeriggio la voglia  di aiutare i nonni o mamma e papà è tanta, ma per andare sul poggiolo sempre meglio coprirsi. E poi mi raccomando sul marciapiede quando siamo per strada e la mano ben stretta negli attraversamenti. 
Già, se fosse tuo figlio.

venerdì 30 novembre 2018 15 vostri commenti

La stringo ancora di più


La paternità offre la possibilità di pensare a molte cose, attente riflessioni sulla vita e su ciò che ci circonda. Mi capita spesso di fermarmi a guardare mia figlia mentre prova a fare improbabili piroette o coreografie che nemmeno Brian e Garrison avrebbero potuto creare. Movimenti che riconciliano con tutto, riuscendo a far dimenticare i momenti di tensione della giornata, i pensieri immagazzinati dal cervello in continuo movimento e anche la cervicale. 
Il momento della favola è davvero quel rito tanto descritto da chi ci è già passato, con la differenza che non si tratta di un solo racconto, ma nemmeno di due, una sorta di richiesta di lettura all'infinito per rimandare il momento della nanna, che comunque poi arriva. 
Proprio in quell'attimo in cui mi capita spesso di prenderla in braccio, magari al buio, stretta a me a volte mi tornano in mente immagini come questa, mamme in fuga con i proprio figli, trascinati senza scarpe per evitare lacrimogeni o cose peggiori, padri con in braccio il proprio figlio stretto al corpo. In quel momento la stanchezza della giornata e i dolori alla schiena sembrano sciocchezze di fronte a persone che camminano chilometri e non possono permettersi di mettere giù il proprio figlio, rendendomi ancora di più conto della fortuna di vivere nel punto geografico fortunato. 
Se mai quel punto dovesse diventare pericoloso spererei di incontrare porte aperte non muri.
Allora la stringo ancora di più.

giovedì 26 gennaio 2017 9 vostri commenti

Come è triste Venezia

Vorrei meravigliarmi, ma non posso perché ormai la prassi è questa, perché l'indifferenza sembra entrata nel DNA e spesso quando qualcuno ha bisogno nelle nostre città molti si girano dall'altra parte. Meglio non interessarsi, meglio girare l'angolo e andare via.
Il tempo però si trova per prendere in mano il telefonino, premere un tasto e condividere il tutto con amici sui 100mila social che abbiamo.
Non importa il fatto in questione, non importa che stia morendo un persona.
Tanto è un migrante, meglio così perché come si dice adesso "uno di meno"o  "prima gli italiani" ma in quel tratto di laguna, a Venezia, c'era solo un ragazzo di 22 anni che è arrivato al gesto estremo del suicidio per un permesso di soggiorno non concesso e lo spauracchio del ritorno in una terra dalla quale era appena fuggito.
Vorrei meravigliarmi, ma non posso perché queste sono notizie che è meglio mettere sotto lo zerbino, che politicamente fanno perdere voti. 
Cosa siamo diventati, cose diventeremo ancora, che società è quella che guarda morire un ragazzo in acqua mandandolo in mondo visione?
Lo abbiamo abbandonato, non solo in acqua anche in quella che qualcuno definisce la sua realtà quella del web.
Stiamo assistendo alla decadenza della civiltà, ci navighiamo in mezzo condividendola con un click.


giovedì 3 ottobre 2013 10 vostri commenti

Fantasmi tra le onde

Esattamente 78 anni fa l'Italia invadeva l'Abissinia alla ricerca del grandezza creando un anno dopo l'Impero Italiano d'Europa. Qualcuno potrebbe dire roba vecchia, anni che furono, altri tempi. 
In quel periodo, come  prima, tutti gli stati europei volevano un posto al banchetto chiamato Africa, seduti a tavolino per dividersi un continente da colonizzare cercando di succhiare tutto il possibile per ingrassare le casse della nazione padrona.
Oggi abbiamo assistito all'ennesima strage nelle acque di Lampedusa, 93 morti e 250 dispersi per un barcone bruciato. Nel frattempo tutti stanno a guardare, l'Europa occupata a fare i conti con una calcolatrice e gli altri stati che aprono il portafoglio solo per finanziare operazioni militari.
Pagine di giornali che oggi e domani si riempiranno di foto, testimonianze e atti di solidarietà che finiranno nel giro di un attimo per lasciare spazio a tutt'altro, riponendo lontano da noi questi fantasmi tra le onde.

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