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martedì 12 aprile 2011 17 vostri commenti

Quando si chiude il sipario e arrivano loro, cosi bianche e dimenticate, con un posto prenotato in cantina

A volte si attende il sipario.
Altre volte non lo si aspetta nemmeno perchè magari lo show è brutto, ci si alza e si va via.
Si guardano ancora una volta gli interpreti e chinando il capo scuotendolo anche leggermente ci si allontana mestamente.
Si è proprio questo che si vorrebbe fare in queste ore.
Cittadini spettatori di una spettacolo vergognoso con diversi attori.
Le solite comparse ricercate in tutte le stanze dei bottoni per fa passare la leggina pro premier, scene da gita scolastica... "allora tutti in fila andiamo a votare"... "mi raccomando non vi perdete nel tragitto".
Poi come al solito il solista che sale sul palco o meglio che decide di dare spettacolo fuori da quello che dovrebbe essere il suo habitat, ossia il tribunale, ma si sa lui preferisce i predellini e magari anche i balconi, dando vita al monologo delle difesa delle unghie sugli specchi alla quale possono credere solo gli italiani, spettatori logicamente paganti e non solo in denaro.
Ma come ogni buona commedia ci si mette anche qualcosa oltre confine e allora perchè non assistere anche ad un tiraemolla Maroni-Ue come se si parlasse di materiale comprato su ebay che tutti vogliono mandare al venditore.
E poi si il sipario si chiude.
Le luci si spengono.
La folla è quasi uscita.
Ed entrano loro, nel silenzio, nel vuoto più completo, nell'assenza di occhi e attenzioni, fuori dalla ribalta, lontane dalle notizie.
Le morti bianche.
Camminano guardano la dove nei primi posti dovrebbe esserci la politica, troppo impegnata in altre cose personali, presente solo dove stanno i riflettori, dove si riesce a tirare via un cachet alto.
E passano via, scendono le scale della ribalta, otrepassano la platea, raggiungono le cantine aprendo la porta e trovando le altre, nascoste si affinchè non disturbino e non si facciano vedere.
Perchè non si deve sapere che di lavoro si muore.

sabato 3 aprile 2010 50 vostri commenti

Un ragazzo esce di casa




Un ragazzo esce di casa.
Scende le scale, esce nel suo quartiere come al solito.
Ha in mente i suoi sogni, i suoi progetti, speranze per costruirsi una vita, una famiglia.
Un ragazzo esce di casa e spera che almeno questa volta le cose possano andare meglio, non trovare come al solito porte sbarrate, dei continui NO, delle risposte di cortesia o delle risposte che a volte è meglio scordare.
Esce di casa con i suoi fogli, i suoi studi scritti nero su bianco su un curriculum che spesso non viene letto.
Un ragazzo esce di casa convinto che se l'Italia è un paese fondato sul lavoro, lui lo dovrebbe avere a trent'anni.

Un ragazzo esce di casa.
Alle 5 del mattino. Prende l'autobus o un treno che arriva una volta si e due no.
Ha in mente la sua famiglia, i suoi progetti, le bollette si ma anche tutto il resto, il fatto di essere uno di quelli che l'assurdità di questo paese ci ha insegnato a chiamare privilegiati solo per il fatto di avere un lavoro a mille euro.
Esce di casa, un ragazzo. E come esce quel ragazzo dovrebbe tornare a casa.
Dovrebbe già se questo fosse un paese normale, se si parlasse di queste cose, se discutesse su questo cose.
Un ragazzo esce di casa e non torna più... ha trent'anni... e questo paese fa schifo.

Queste sono cose che non devono apparire, sono vite e morti scomode, che devono rimanre nascoste, perchè qui va tutto bene, qui si sta bene e il silenzio deve accompagnarci,

L'Italia è un paese fondato sulla pelle dei lavoratori.

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