La sensazione che si prova entrando in un carcere anche da libero cittadino è difficile da descrivere, sa di costrizione, di sguardi che ti seguono e non solo quelli elettronici delle telecamere. Probabilmente anche il retaggio dei film visti o dei libri letti. Tutto ciò soprattutto, come nel mio caso, quando si tratta della prima volta, ma credo che sia una sensazione che accompagni poi sempre.
Collaboro e sono socio del Teatro dell'Ortica un'associazione di Genova che fa Teatro Sociale, quel tipo di attività che spesso viene dimenticata dalle istituzioni e spesso anche dai cittadini che preferiscono spendere di più per vedere 300 volte l'Amleto. Ci occupiamo di psichiatria, disabilità, carcere e da qualche anno anche di violenza sulle donna.
In collaborazione con i centri antiviolenza abbiamo fatto dei laboratori teatrali dai quali è venuto fuori uno spettacolo
"Double face. Donne adatte ad ogni stagione" che domani andrà in scena a Genova interpretato dalle donne e da alcuni operatori dei centri.
Contemporaneamente però stiamo lavorando anche con i maltrattanti, assieme ai
CAM, centro ascolto uomini maltrattanti, perché crediamo che non si possa trovare rimedio alla violenza se non si lavora anche con chi quella violenza l'ha commessa e magari ci vive tutti i giorni. Non parliamo solamente di quella fisica, ma di comportamenti controllanti, di modi sbagliati di volere bene ad uno persona, di parole dette per comprimere la personalità dell'altro. Per arrivare poi anche purtroppo a quella fisica.
Per questo motivo ho descritto le mie sensazioni provate la settimana scorsa quando per la prima volta sono entrato in un carcere, per interpretare con altri attori davanti ai detenuti colpevoli di violenze, alcuni pezzi tratti dal libro "Da uomo a uomo. Uomini maltrattanti raccontano la violenza." di Alessandra Pauncz, vi invio a leggerlo. Un incontro che ha permesso anche uno scambio di opinioni con alcuni addetti ai lavori dei centri antiviolenza e delle istituzioni politiche, carcerarie, della giustizia e dei carcerati.
Uno di quegli argomenti che non si possono citare nei social e nei dibattiti perché sicuramente non portano voti o commenti ripetibili, perché paga di più dare ragione al "buttate la chiave". Ecco, io credo che se una società non si decide ad occuparsi di chi "è dentro" e prima o poi uscirà, vuol dire che rinuncia ad un suo specifico compito.
Con questo non vuol dire che l'atteggiamento debba essere quello di pietismo e buonismo. Faccio mie le parole che ho sentito da un detenuto "io sono colpevole e mi merito il carcere, voglio solo cambiare", tenendo sempre a mente chi la violenza l'ha subita.
Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne, un momento davvero importante, una settimana in cui nella mia città ci sono state iniziative di ogni tipo per ricordare ciò che succede nella porta accanto. Non deve però limitarsi ad una data, ad una ricorrenza che rischia poi di diventare un momento per citare un bollettino di guerra, ma una data di ripartenza e rinascita per tutti.