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giovedì 9 febbraio 2012 17 vostri commenti

"Qui giace come virgola antiquata l'autrice di qualche poesia"

Quando muore un poeta o una poetessa perdiamo un sostegno, perdiamo un pezzo delle nostre fondamenta. Quelle che stanno chilometri sottoterra, quelle che non vediamo, che non conosciamo e che a volte semplicemente non vogliamo vedere.
Questi strani personaggi che scrivono in versi, ci hanno detto tanto, a volte sia chiaro ci provano e non ci riescono, ma lo fanno e l'hanno fatto.
A scuola molti ce li hanno fatti odiare perché DOVEVI solo impararli a memoria e poi chissenefrega del contenuto, perché alle feste DOVEVI salire sulle sedie e dire la poesia, perché nelle grandi occasioni del lavoro magari il papà portava come esempio la figlia o il figlio che DOVEVA recitare.
La poesia ci apre gli occhi, ci mostra porte invisibili all'occhio umano pratico, ci insegna percorsi che mai avremmo pensato di fare, ci conduce nelle prime scritture giovanili, adolescenziali dove di solito abbiamo descritto passioni e delusioni che ci sembravano uniche. L'abbiamo anche odiata certo! Poi si cresce e rimane uno spazio intimo, nostro, dove rifugiarsi come una baita vista in lontananza durante una bufera in montagna.
Il 2 febbraio scorso purtroppo ha lasciato questo mondo una poetessa che ho conosciuto da poco, Wislawa Szymborska, che parlava del poeta come di un "essere semiclandestino, inafferrabile, e proprio per questo, forse, insostituibile".
Una donna che in silenzio ha scritto capolavori all'apparenza semplici che portano ad una riflessione che altri versi non riusciranno ad eguagliare toccando emozioni quotidiane e personali.
Una donna che in eguale silenzio ritirò nel 1996 il premio Nobel per la letteratura.
Qui sotto ho messo alcune sue poesie. La prima fotografa meravigliosamente la situazione del lavoro al nostro tempo, la seconda sul concetto di poesia dove troviamo uno dei suoi tanti "non so" e la terza... beh... si commenta da sola.


Scrivere il curriculum

Cos'è necessario?
E necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.


A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.


È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.


Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.


Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.


Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi, ce ne saranno forse due su mille.


Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.


La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.


EPITAFFIO

Qui giace come virgola antiquata
l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata
dell'eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c'è niente
di queste poche rime, d'un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.


A tutti i poeti del mondo e a chi non sa ancora di esserlo.

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