Mamma amava questa pianta.
Papà se ne prendeva cura tutti i giorni.
...aggirandosi nelle vie naufragando tra le esperienze quotidiane...
Oggi riflettevo su questo spazio.
Una nicchia che tanti anni fa, 17 per la precisione, mi ha permesso di trovare il modo di mettere nero su bianco alcuni pensieri. Arrivavo dalla fine di un matrimonio, dopo tanti anni di una relazione nata sui banchi di scuola.
Avevo 33 anni, ora ne ho 50. Questo blog è stato testimone, come per altri anche, di momenti della mia vita.
L'amore nato per occhibelli, mia moglie. La morte di tante persone a noi care, amici, parenti, genitori. La nascita di mia figlia. La conoscenza di nuove strade. L'incontro di amici nuovi e la perdita di altri che hanno preso strade differenti.
Ricordo quando in quegli anni i Blog erano spazi conquistati, frequentati e particolari. Oggi forse sono un po' passati di moda, è tutto così liquido e rapido che molti non hanno voglia, a volte le capacità, di andare oltre le otto righe.
Ecco oggi ho deciso che non chiuderò mai questo spazio. Lo utilizzerò come ho sempre fatto, ovvero quando ne sentirò il bisogno. Così come faccio con i miei infiniti quaderni sparsi per casa.
Verrò qui, toglierò un po' di polvere. Rileggerò vecchie frasi, commenti passati. Guardandomi attraverso uno specchio dei tempi, a volte sorridendo altre magari no.
Così è, così sarà.
Papà ci ha lasciati qualche giorno fa. s
Non c’è una formula per fare bene il papà se non quella di provare a mettere i piedi in un sentiero che altri prima di noi hanno tracciato.
Possiamo anche non essere padri ma un padre lo abbiamo avuto tutti. Ad ognuno quindi il suo ricordo.
A volte è così importante superare la tempesta per vedere la luce.
Nonostante la fatica, nonostante quella luce possa essere effimera.
E quella fatica sembrare perenne.
Perché basta poco per far tornare il nero, così in bilico e fragili.
Allora è necessario fissarli quei momenti colorati, così quotidiani che si danno troppo per scontati.
Troppo veloci, troppo lontani.
Ossigeno puro.
Le squadracce fasciste le cosiddette squadre d'azione, nacquero in Italia nel "ventennio" come formazioni paramilitari legate ai Fasci italiani di combattimento. Andavano in giro per le città ad uccidere, sequestrare, intimidire, picchiare a morte e sfasciare tutti quelli che erano secondo loro un "pericolo", chi praticava il dissenso, chi alzava la testa, giornalisti, gente pensante.
Puntavano in particolare i Rossi.
Capita di scontrarsi con una vecchia foto di tanti anni fa.
Così in questi giorni con scalini da affrontare sempre più faticosi mi è capitato di pensare alla meraviglia di chi sa donare sorrisi. Quelli veri, non forzati. Quelli naturali, che spontaneamente escono fuori, magari ad un semaforo mentre stai pensando ad una persona o ad una situazione in particolare.
I sorrisi che ti accolgono, come era quello di mamma e di Anna. Come quello di Laura. Che ti risvegliano dandoti il buongiorno senza avere bisogno di parole, o che fanno sapere di esserci, sempre e comunque, come Sonia.
Nella vita ho imparato a sorridere e anche a piangere, non seguendo corsi, ma seguendo passi di chi ho avuto la fortuna di incontrare. Con la consapevolezza che anche dietro ad un sorriso ci può essere tristezza, ma anche ascolto.
Spero di averne distribuito e continuare ad incrociarne altri, perché quando gli zigomi vanno in su è come se alzassero un sipario, dando inizio ad un meraviglioso spettacolo.
Ieri a Genova l'ennesimo insulto alla città e ai suoi lavoratori.
Sono ricomparse le grate del G8 per impedire al corteo dell'Ex Ilva, per la prima volta in tantissimi anni di scioperi, di raggiungere la piazza sottostante la Prefettura. Un atto violento perché esclude già il dialogo, perché vuole portare la relazione su un piano di scontro.
Da qui l'azione degli operai, dimostrativa, che hanno divelto la grata con una ruspa. Un corteo pacifico che ha sfilato per le strade della città senza alcun problema.
La risposta delle forze dell'ordine è stata lanciare lacrimogeni a caso, a pioggia, a distanza anche di 100 metri. Uno mi è caduto ad un metro, ero appena arrivato in piazza. Un operaio è stato colpito alla testa e molte persone, spaventate, venute in solidarietà in maniera pacifica sono scappate.
Solamente la razionalità degli operai e del servizio d'odine ha permesso che nn succedesse il peggio.
Un atto vergognoso, un attacco a chi chiede solo di lavorare e risposte da istituzioni che si chiudono nel palazzo al caldo, pagati anche con soldi proprio di chi non vuole nemmeno riceverli.
Genova non si arrende.
Mai.
La sua capacità di raccontare storie del passato mi ricorda mia nonna, quando alla fine dei pranzi di famiglia, a volte guardando qualche vecchia foto, narrava di persone che non c’erano più. Con soprannomi assurdi.
Chissà perché si è un po’ persa l’abitudine di dare quei soprannomi.
Il passato ci appartiene e andrebbe rispolverato.
Guccini in questo piccolo racconto ci riesce come sempre, portandoci indietro anche con parole di allora.
Lo dico prendendo a prestito le parole di Mario Andrade, poeta brasiliano.
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.Nella notte tra sabato e domenica una "squadraccia" di fascisti è entrata al Leonardo da Vinci, una scuola di Genova occupata dagli studenti su votazione dell'Assemblea.
Un attacco vergognoso che non nasce per caso. Ieri a Predappio ennesimo insulto alla Costituzione con saluti fascisti.
Ciò che sta succedendo in questo paese richiede unità. Il movimento nato a sostegno della Flottilla non va disperso, ha bisogno di sostegno da parte di tutti e deve ergersi a difesa della Costituzione.
Al di là di bandiere e terreno di conquista.
Per il bene dei deboli e di chi verrà dopo di noi.
Ognuno nel suo piccolo si attivi per dare una speranza ai ragazzi.
Un anno fa, dopo la morte di mamma, Greta mi disse “ora papà dobbiamo aspettare la cicatrice ma non dimenticare”.
Mi porto dietro da tempo un bagaglio a mano di parole di cura, medicine da prendere al bisogno, rilasciate nel tempo da stelle che ho incontrato.
Queste su tutte.
E’ dura però, perché certe cicatrici impiegano tanto per rimarginarsi. Hanno bisogno di cura, la stessa che mamma con il suo sorriso, anche nella drammaticità di una malattia degenerativa, riusciva a donare.
Ora il vuoto è tanto, ed io, abituato a voler sistemare le cose, di fronte a questo arranco.
Così i bei ricordi si mischiano a troppe immagini di dolore di un anno fa. Fotogrammi difficili da dimenticare.
Come quella notte tra il 21 e il 22 agosto, papà che accarezzava la donna che ha amato per tutta la vita, guardarmi chiedendomi se era finita davvero.
Ora proviamo ad andare avanti, scorrendo le immagini di una vita, come seduto guardando dal finestrino del treno. Amavo farlo da piccolo.
Col ricordo a quella sensazione che ancora sento “se mi stringi forte fino a ricambiarmi l’anima”.
Ma è un film che va di fretta.
E io sono alla ricerca della pausa.
Magari per un fotogramma.
Il tuo sorriso.
A Genova questi 3 giorni di luglio non saranno mai giornate normali.
24 anni fa nella mia città venne sospesa la democrazia e le strade si trasformarono in una macelleria legalizzata, un piano premeditato per distruggere un movimento che faceva paura, perché in grado di smuovere coscienze, risvegliare i popoli da un torpore, aprendo gli occhi su ciò che poi stiamo vivendo in questo momento.
Quei ragazzi avevano ragione. Avevamo ragione e ci hanno massacrato.
Una lezione impartita con tanto di spartito scritto dal Governo Italiano. Manifestazioni autorizzate attaccate dai blindati.
Temo che oggi pochi sappiano di quelle giornate e si rendano conto di ciò che è successo a Genova, derubricando tutto con la solita frase "se la sono cercata".
La frustrazione è tanta vedendo gli eredi di quel governo ancora al potere, sapere che tutti quelli che commisero dei crimini sono stati promossi.
Abbiamo il diritto e il dovere di ricordare cosa furono quei giorni, ricordare la Diaz e la macelleria da dittatura, ricordare la Caserma d Bolzaneto dove ragazze e ragazzi vennero torturati.
Ricordare, ricordare.
Così scriveva Eduardo Galeano nel Libro degli abbracci.
Siamo spesso travolti dalla frenesia della quotidianità. Immersi in un universo parallelo che ormai la realtà digitale ci ha convinti essere l'unica possibilità di relazione. Arrivati al punto che troppe volte perdiamo i volti e i nomi delle persone. Che passano così rapidamente da non lasciare il segno.
Ma noi siamo se esistiamo al plurale.
Alla ricerca di punti fissi nella nostra vita, pensando a quelli persi, cercando di ricordarli e percorrere i sentieri che ci hanno lasciato.
"...a volte la follia sembra l'unica via per la felicità..."
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