giovedì 28 febbraio 2019 8 vostri commenti

1993


Parigi è un sogno. E' un'avventura da diciassettenne, è il 1993, è una passeggiata sugli Champs-Elysées con il bomber e lo stemma della Fossa dei Grifoni sul braccio sinistro, è una sigaretta rubata sotto la Tour e una foto che nessuno dovrà vedere, è un singolo di Bon Jovi, è un bacio atteso da anni, è un francese che ci insulta sul metro chiamandoci "socialisti", è il rosso del Moulin Rouge, è la Galleria degli impressionisti guardata con un occhio mentre con l'altro si guardava una ragazza, è una corsa senza senso sul piazzale della Défense, è una t-shirt di Einstein presa a Montmarte, è un cappello che ancora indosso, è una fila di gettoni che volano per una telefonata, è un rullino che non basta mai, è una cotoletta con contorno di spaghetti, è una notte tutti nella stessa camera, è un francese improbabile, è una classe indimenticabile e un viaggio in treno col cuore che batte perché al confine il sogno finisce, è la gioventù.

mercoledì 20 febbraio 2019 10 vostri commenti

Dalle stelle alle stalle


Viviamo in un momento davvero particolare. 
Quante volte abbiamo detto questa frase. Ricordo il periodo del berlusconismo, anni bui, anni di leggi ad personam, una sorta di occupazione privata dello stato. Fascisti al governo, Previti alla difesa, Tremonti quello della finanza creativa al ministero delle Finanze, Maroni ministro dell'Interno. 
Anche il quel caso un governo bluff, che fece un'alleanza al sud con Alleanza Nazionale e al Nord con la Lega di Bossi, quella che andava ancora in giro con le ampolline sul fiume Po.
Sono passati 25 anni e ora al governo abbiamo due partiti (?) che non si sono presentati insieme alle elezioni, come d'altra parte quelli dell'esecutivo precedente, e che hanno solo una cosa in mente non mollare le stanze del potere. 
Da una parte abbiamo il genio dei male di Salvini che ha capito come comunicare con gli italiani, che ahimè fanno preoccupare, twittando qualunque cosa. Se nell'aria c'è una sommossa contro Sanremo ecco che arriva immediatamente il messaggio di Salvini contro la giuria. La nazionale di calcio non vince, ecco che arriva il messaggio di Salvini a favore delle rose con giocatori italiani. Per non parlare dei selfie, mentre mangia la nutella, mentre mangia la pasta al ragù, mentre indossa la divisa della polizia, dei pompieri o di una squadra di calcio, quella della finanza per ora no, chissà magari non gli stanno simpatici per la questione dei 49 milioni di euro. 
Dall'altra parte i grillini che osannano una piattaforma privata di voto, fieri di 55mila voti, una cosa del genere, tenendo conto che alle ultime elezioni hanno preso più di 10milioni di voti mi chiedo di cosa stiamo parlando. Quelli che si sono presentati al paese come duri e puri, che hanno fatto della coerenza la loro bandiera,  hanno sdoganato l'immunità parlamentare arrivando alla dichiarazione imbarazzante del ministro della giustizia "Chiariamo: qui non si parla dell’immunità di un politico che si fa scudo del suo essere politico rispetto ad un atto che ha compiuto nel proprio interesse". Una di quelle dichiarazioni che fanno ripetere più volte "l'ha detta proprio così?!?". Si proprio così. Sostenendo in pratica che Salvini ha commesso un reato non per se ma per gli altri, sdoganando anche in un colpo solo Tangetopoli. 
La cosa che mi preoccupa di più di questo governo è il razzismo che sta facendo venire fuori nelle città, nelle piccole realtà, oltre al fatto che spaventa l'incompetenza e la totale mancanza di una politica del lavoro. Nella mia città stanno continuando a chiudere attività e aziende mentre questi si esaltano per 55 mila contatti su una piattaforma oppure sono impegnati a farsi selfie chiudendo porti in faccia alla gente. 
venerdì 1 febbraio 2019 15 vostri commenti

Tuo figlio


Durante la notte ci alziamo, a volte, per andare a rimboccarle le coperte. Certo abbiamo i caloriferi accesi e finestre buone che tengono gli spifferi, ma lei dorme scoperta per poi rannicchiarsi perché si sa nelle ore notturne poi la temperatura cala e a star fermi si prende freddo. 
Durante il giorno poi dalle nostre parti il vento firma ogni ora con delle folate che spesso ci aiutano a tenere lontano le nuvole, quelle cariche di pioggia, ma che può essere dispettoso e procurarti quel mal di gola stagionale. Quindi cappello bene messo, sciarpina e giacca chiusa bene, che anche se abbiamo quattro anni stiamo imparando da sole a infilarcela.
Durante il pomeriggio la voglia  di aiutare i nonni o mamma e papà è tanta, ma per andare sul poggiolo sempre meglio coprirsi. E poi mi raccomando sul marciapiede quando siamo per strada e la mano ben stretta negli attraversamenti. 
Già, se fosse tuo figlio.

venerdì 25 gennaio 2019 14 vostri commenti

Va tutto bene

Genova ultimamente sembra un pugile messo all'angolo, con la guardia alta ma a tratti con le gambe molli sul punto di cadere. Il crollo del ponte Morandi ci accompagna ogni giorno, la mente non può dimenticare quelle persone e il fatto di essere dei sopravvissuti ad una tragedia.  
Ogni mattina per molti di noi  inizia l'avventura per raggiungere il posto di lavoro, ritardi che si accumulano, minuti che diventano ore. Io sono tra i fortunati che non devono attraversare la città.
Due giorni fa anche la neve ha voluto mostrarci la sua forza, un fascino che in poco tempo si è trasformato in disagio, soprattutto per l'incompetenza di chi dovrebbe gestire situazioni del genere. Mi ha colpito la reazione di molti genovesi, in passato pronti a fare le pulci per ogni cosa ai sindaci precedenti, attaccati anche giustamente, ma ora invece folgorati dalla luce divina di questo sindaco che non fa nulla ma "lavora bene".
In noi è ancora fresca la tragedia dell'alluvione e le responsabilità di alcuni amministratori di centro sinistra. Ora però va di moda tirare in ballo "quelli di prima" anche se non c'entrano, al di là dell'operato di chi in questo momento governa la cosa pubblica. Quindi l'amministrazione Bucci viene definita come la migliore degli ultimi tempi nonostante, la vergognosa gestione del maltempo di due giorni fa, nonostante i tagli al sociale sempre più massacrato, nonostante i parcheggi si continuino a pagare una cifra esagerata (l'altro ieri 3 ore e mezza 7 euro), nonostante gli autobus del servizio pubblico si fermino per strada e potrei andare avanti. Però, perché noi siamo la Repubblica del però, ha spostato dal centro cittadino il "vergognoso", come definito da molti, mercatino degli immigrati, spostato a Ponente, mica chiuso, fuori dalla vista della Genova bene. Per non dimenticare gli ombrellini colorati e lo scivolo che non scivolava in via XX Settembre.
Del suo amico Toti che governa la Regione non ho più neanche voglia di parlare, cito solo i tagli fatti dalla sua giunta ai servizi ai disabili caduti nel nulla e il progetto di privatizzazione degli ospedali liguri.
Ma che dobbiamo dire. 
Stanno lavorando bene.

giovedì 24 gennaio 2019 14 vostri commenti

Rossa



Ho sempre amato questa foto di Guido Rossa e ora, da padre, ancora di più. Così come quel cappello comprato da mio papà durante il suo funerale, il 29 gennaio del 1979, in una giornata in cui anche il cielo piangeva.
Forse spinto da quella tuta blu indossata per una vita in fabbrica da mio padre e dalla consapevolezza che ogni cosa va conquistata col sudore, coraggio, partecipazione e onestà.
Per sé stessi ma soprattutto per gli altri.
venerdì 4 gennaio 2019 18 vostri commenti

Cameretta alla rivoluzione

Uno pensa di essere preparato a tutto. Spesso ce la raccontiamo o magari cerchiamo di mostrare sicurezza per rassicurare gli altri. Poi alla fine quando ci si ritrova soli a fissare la libreria di casa è impossibile raccontarsela. 
Sia chiaro, nessuno tragedia. Solo un piccolo gradino di crescita da genitori, il passaggio alla cameretta. 
La cosa davvero divertente (?) è che la più pronta e preparata sembra davvero essere l'elemento della famiglia che ha 4 anni. Dopo una prima notte serena con mamma vicino nel letto di soccorso, stasera è di là tranquilla che dorme sola con una lucina, mentre il sottoscritto, che comunque è sempre nottambulo, fa da granatiere in una cerimonia ufficiale. 
Non credo ci siano formule magiche da genitori, ma solo strade che si prendono. In questo caso la libera scelta di un bimba di quattro anni che ha deciso di andare nella sua camera con tanto entusiasmo.
Nel mezzo questa volta ci finiscono mamma e papà.
Ora controllo luci e via di fuga e poi torno a fare il granatiere. 
Buonanotte, forse.
lunedì 31 dicembre 2018 9 vostri commenti

Duemiladiciannove con fantasia.



“Papà un giorno mi porti a vedere dove finisce l’arcobaleno?!?”.
L’augurio è quello di andare alla ricerca dell’impossibile, di quello che ad altri sembra irraggiungibile, di non fermarsi alla prima spiegazione data, di scavalcarli ogni tanto i muri, di aprire porte e di vedere più colori non solo uno, magari mettendoci anche un po’ di sana fantasia.
Buon 2019!!!
martedì 25 dicembre 2018 10 vostri commenti

Natale a casa di Ernest


La mia è una di quelle famiglie pro-pranzo di Natale. Ricordo solamente un'occasione in cui abbiamo fatto il cenone e aperto i regali di sera. Il più brutto Natale della mia vita. 
Una tradizione che porto con me, al di là del significato religioso. Ho ancora ben presente l'ansia della sera prima, l'attesa di Babbo Natale o Gesù Bambino come si diceva una volta, la magia dell'apparizione inspiegabile dei regali comparsi dal nulla in poche ore. 
Prima non c'erano, ora si. 
I miei passavano nottate intere a montare i giocattoli, così alla mattina io e mio fratello trovavamo il fortino dei Playmobil montato, il camioncino dei lego, il subbuteo, i puffi e altro ancora. 
Il pranzo poi era un vero e proprio rituale. L'aperitivo di mio padre, rigorosamente Negroni da accompagnare a stuzzichini per non rischiare di brindare con l'armadio al posto della zia. Poi una quantità infinita di antipasti che si finiva di mangiare attorno alle due del pomeriggio. Due primi logicamente, i ravioli di mia madre sui quali iniziava la solita discussione, ovvero col sugo alla genovese o al ragù? Destino di chi ha un padre filo-emiliano e una madre genovese. In tavola venivano portate due "fiammanghille" di ravioli conditi in tutte e due le maniere, l'unica cosa che avevano in comune è che non ne rimaneva nemmeno uno. 
In mezzo spesso si mangiava il pinzimonio, si diceva per depurarsi un po'. Poi come nei migliori incontri di box, fuori i secondi. E allora via con arrosto al sugo, patatine, salsa verde e l'immancabile cima. Per quelli che non erano sazi ci pensava la zia irrompendo in sala con la fatidica domanda "chi vuole un po' di carne fritta". 
La firma finale veniva messa dalla frutta secca e dai dolci che comparivano in tavola verso le quattro e mezza cinque, seguiti dai giochi che noi bambini richiedevamo a gran voce. Tombola, mercante in fiera e settemezzo. 
Verso sera poi tutti si dicevano sazi, ma bastava che uno iniziasse a mangiare qualche raviolo riscaldato per far ripartire la macchina instancabile della cucina. 
Gli unici intervalli tra una portata e l'altra erano riempiti da noi ragazzi che insieme a mio zio cantavamo canzoni in genovese. Niente chat, niente foto ai piatti, tanti bei dialoghi, risate sane e racconti. 
Ora quello che posso fare io è cercare di bagnare le radici di questa tradizione e trasmetterla a Greta, nella speranza di riuscirci almeno un po'. 
Buon Natale e buone feste ragazzi. 
E che si sappia nella foto i seicento ravioli appena fatti da mia madre e io preferisco il sugo alla genovese.
giovedì 13 dicembre 2018 21 vostri commenti

Quando abbiamo smesso

Non credo di riuscire a ricordare l'ultima volta in cui sono stato bambino. Ho finito da poco il libro di Fabio Bartolomei "L'ultima volta che siamo stati bambini", una storia di piccoli spettatori degli orrori della seconda guerra mondiale, un'avventura che pagina dopo pagina assomiglia ad un rito di passaggio all'età adulta. 
La memoria mi tradisce e non ho la totale certezza di fatti che sono successi ormai tanto tempo fa, ricordi veri o racconti che ho sentito, un dubbio difficile da risolvere. Torna alla mente allora l'immagine di un primo funerale di una bisnonna, oppure il primo trasloco e il distacco da quella che per anni era stata casa nostra. Un cambiamento radicale da un quartiere ad un altro.
Forse il primo bacio  dato dietro ad una siepe con i compagni di classe a qualche metro a fare  tifo da stadio come in gradinata sotto la finestra di un'incolpevole signora che in pochi attimi ci ha ricoperto di insulti. Oppure la prima delusione d'amore e quel dolore che sembrava infinito, o semplicemente la prima volta che mi sono innamorato.
Chissà, magari non ho mai smesso di esserlo. 
Una speranza.

venerdì 30 novembre 2018 17 vostri commenti

La stringo ancora di più


La paternità offre la possibilità di pensare a molte cose, attente riflessioni sulla vita e su ciò che ci circonda. Mi capita spesso di fermarmi a guardare mia figlia mentre prova a fare improbabili piroette o coreografie che nemmeno Brian e Garrison avrebbero potuto creare. Movimenti che riconciliano con tutto, riuscendo a far dimenticare i momenti di tensione della giornata, i pensieri immagazzinati dal cervello in continuo movimento e anche la cervicale. 
Il momento della favola è davvero quel rito tanto descritto da chi ci è già passato, con la differenza che non si tratta di un solo racconto, ma nemmeno di due, una sorta di richiesta di lettura all'infinito per rimandare il momento della nanna, che comunque poi arriva. 
Proprio in quell'attimo in cui mi capita spesso di prenderla in braccio, magari al buio, stretta a me a volte mi tornano in mente immagini come questa, mamme in fuga con i proprio figli, trascinati senza scarpe per evitare lacrimogeni o cose peggiori, padri con in braccio il proprio figlio stretto al corpo. In quel momento la stanchezza della giornata e i dolori alla schiena sembrano sciocchezze di fronte a persone che camminano chilometri e non possono permettersi di mettere giù il proprio figlio, rendendomi ancora di più conto della fortuna di vivere nel punto geografico fortunato. 
Se mai quel punto dovesse diventare pericoloso spererei di incontrare porte aperte non muri.
Allora la stringo ancora di più.

giovedì 22 novembre 2018 10 vostri commenti

Possiamo non scriverci messaggi?

"Al nostro terzo appuntamento lui mi ha fatto una proposta inattesa: 'Possiamo non scriverci messaggi?'". Questa la prima frase di un articolo apparso sulla rivista New York il mese scorso firmato da Clara Artschwager.
Non vuole essere un elogio ai tempi andati secondo me, ma una riflessione su quelle che erano le relazioni umane. Pensiamo al corteggiamento ad esempio, all'ansia consumata nelle ore che ci dividevano da un incontro, il pensiero alle lancette che scorrevano veloci portandoci alla tanto odiata ora del saluto. 
Una pausa di presenza che ora non è possibile, una vicinanza digitale che rischia anche di confondersi con quella fisica, reale. 
Dovevi dirti tutto e subito, non c'erano prove d'appello, non c'era il messaggio che ti concedeva un'altra chance, ma solo tanti pensieri alla frase detta, ripensamenti o sorrisi che potevano trovare conferma solo il giorno dopo,  corse verso citofoni, pulsanti premuti e una voce, quella di un padre o una madre, che fungevano da spartiacque tra te e la fidanzata.
Per non parlare delle lettere o dei bigliettini, messi negli zaini ritrovati a casa in mezzo al diario, frasi scritte sui banchi cancellate e poi riscritte. Dediche messe nero su bianco nelle pagine dei giorni di festa dove non c'erano i compiti, foglietti ritrovati magicamente sui motorini a volte, per i più romantici, con una rosa. 
Emozioni senza Giga. 
giovedì 15 novembre 2018 13 vostri commenti

Decreto Ischia

Qualche minuto fa è stato approvato il Decreto Genova. Come diceva il buon Moretti le parole sono importanti e spesso in questo modo ci stanno fregando. La mia città è in ginocchio, giusto dire che non stava benissimo prima, ma ora siamo lì fermi ad aspettare il colpo di grazia.
Fa davvero rabbia vedere un condono edilizio all'interno di un provvedimento col nome di una città che sta pagando ogni anno un tributo di vite spezzate e di danni per colpa proprio di quella edilizia senza senno.
Il crollo del ponte ha portato con sé come ovvio non solo problemi logistici ma occupazionali, ditte che chiudono, piccole imprese o negozi della porta accanto che non rinnovano il piccolo contratto dell'aiutante di turno. Tutte realtà che alle alte sfere sfuggono. 
Qualche settimana fa ho avuto la sfortuna di ascoltare il sindaco di Genova parlare di soluzione che deve arrivare anche dall'entusiasmo. Ecco. Una burla continua strutturata in diversi atti dove la costante è il selfie dove il richiamo della stampa può fare da eco. 
Si fanno riprendere a Portofino quando il ponente cittadino è nel dimenticatoio, Prà qualche giorno fa nuovamente allagata ma in quel caso nessuna fotografia del Presidente della Regione Toti e del sindaco ma solo la solita gente ad asciugare locali e a tirarsi su le maniche.
Via 30 giugno, la via che passa proprio sotto al ponte, chiusa senza avvisare nessuno con le conseguenze che potete immaginare sul traffico urbano che non vuol dire solo tornare a casa tardi, ma spesso significa anche entrare al lavoro tardi, ritardare una consegna tutte cose che possono indurre un'azienda a cambiare aria. 
Ma qui la parola d'ordine è entusiasmo  condito in armi da distrazione di massa. 
domenica 4 novembre 2018 24 vostri commenti

Colpi su colpi

Questa volta il peggio è arrivato dal mare. Il nostro amico, un compagno che noi genovesi, noi liguri sappiamo di avere sempre lì a disposizione. Una presenza, la sua, che possiamo avvertire in ogni momento anche quando si cammina nei vicoli del centro storico sommersi dall'altezza dei palazzi di una volta. 
L'acqua è arrivata di notte sulle strade del litorale, spazzando via tutto. 
I danni non si contano più, la mia città ultimante sembra entrata in un circolo vizioso. Le alluvioni, le frane, il crollo del ponte e ora i danni della mareggiata. 
Nulla avviene per caso però. 
Che si tratti di incuria, di mancata manutenzione o di cemento che avanza, la mano dell'uomo è sempre presente. Ogni volta che passo sulla sopraelevata penso a quanto cemento abbiamo messo tra noi e il mare. In alcuni casi un'azione indispensabile probabilmente per permettere l'esistenza stessa dell'urbe, ma in alcuni casi a mio giudizio un'invasione che ora la natura ci sta facendo pagare. 
Sento dire spesso ultimamente che Genova si rialzerà. Non lo so, me lo auguro, ma quel che è certo è che stiamo prendendo pugni nello stomaco da molto tempo. 
Siamo, credo, l'unica città al mondo con un'autostrada che termina dentro alle vie cittadine, un danno, un disagio per tutti che non può essere sopportato ancora per molto. Il rischio è quello di un ulteriore tracollo dell'economia cittadina. Genova anni fa puntava a superare il milione di cittadini ora siamo meno di seicento mila. Molti anziani, i giovani fuggono, come il lavoro. 
Il decreto Genova partorito dal governo è un insulto, davvero troppi politici anche locali stanno giocando a chi la spara di più, una propaganda infinita che in questo caso gioca con la vita delle persone, delle loro case e delle aziende che chiudono. 
Andremo avanti a Genova questo si. Ne abbiamo passate tante, ma oltre al ponte serve costruire una prospettiva comune. 
lunedì 22 ottobre 2018 13 vostri commenti

Fronte comune

"E' sempre colpa di gente del genere se poi la città non va avanti". 
Ormai frasi come queste sembrano entrate di diritto nel nostro sottofondo musicale quotidiano. Sugli autobus. Nei negozi. Nelle ascensori. 
Ieri ad esempio ho avuto il dispiacere di sentirla in occasione di una visita ad uno dei tanti forti di Genova, il Forte Tenaglie che si trova sulle alture di Sampierdarena. 
Una posizione dominante, come la maggior parte delle fortificazioni genovesi, come spartiacque tra due vallate. Una struttura che si erge a vigilare, purtroppo, ciò che rimane del Ponte Morandi, a guardare la povera Val Polcevera. 
Forte Tenaglie ora è gestito da una Onlus di volontari che si occupa di progetti sociali e ambientali, un gruppo di persone che ha restituito il forte alla città e ai genovesi. Una meta che spesso viene raggiunta per eventi e che avvicina alla storia centenaria di quelle pietre. 
Un gruppo di donne e uomini che hanno lottato contro l'abbandono e le sterpaglie riportando alla luce il forte dimenticato dalle istituzioni. Una struttura che era occupata da gente, italianissima, che teneva animali in condizioni vergognose, che accatastava elettrodomestici, che nascondeva amianto e che aveva organizzato un magazzino di medicinali chemioterapici da vendere in qualche parte del mondo.
Ecco, torniamo alla frase di partenza, detta con arroganza di chi pensa di avere ormai sempre la soluzione in tasca per ogni cosa, i professionisti del "ci sarebbe da fare" ma non fanno mai una mazza in ogni ambito. In questo caso specifico il problema era il non poter oltrepassare un cancello per motivi di sicurezza. Il signore si era perso la visita precedente probabilmente perché era occupato a fare le pulci su altre cose.
Credo di essere arrivato davvero al punto di non sopportare più certe persone, quelle che non si espongono mai ma pretendono, quelle che tanto ci sono gli altri, quelle che non hanno rispetto e lo dimostrano anche con arroganza. 
Non si può più tacere di fronte a questa gente e bisogna fare fronte comune con chi fa e chi c'è per gli altri. 
lunedì 24 settembre 2018 18 vostri commenti

Fuori dai gruppi

Non voglio dividere il mondo in bianco e nero, avere una visione manichea, ci mancherebbe anche se a volte nelle nostre considerazioni affrettate il rischio è sempre dietro l'angolo. 
E' chiaro però, in questo momento storico, che sia venuta meno la partecipazione delle persone, l'impegno. 
Servirebbe una macchina del tempo per capire qual'é stato il preciso momento in cui abbiamo deciso di delegare, di non occuparci della cosa pubblica, di non esporci. E' una considerazione che va al di là dell'attuale governo. 
Prendendo in considerazione il mio posto di lavoro, dove negli ultimi anni, grazie all'azione sindacale e non solo, abbiamo ottenuto alcuni vantaggi rispetto ad altri, devo comunque registrare la poca partecipazione alle assemblee e alle iniziative collettive. Vale lo stesso discorso per i movimenti politici. 
Probabilmente c'è stato un momento storico in cui il "noi" è stato sostituito dal'"io", il bisogno individuale che supera quello collettivo, la perdita del movimento di gruppo. Le ragioni davvero potrebbero essere molte. Qualcuno in prima istanza cita il fallimento dei sindacati, l'appannamento della loro missione e la troppa vicinanza della politica. In parte posso anche capire, ma ad esempio anche quando c'era il PCI il sindacato era politicizzato, e di conquiste in quegli anni ne sono state ottenute. Altre teste pensanti evidentemente. 
Paradossale è il fatto che nella nostra dimensione parallela, quella digitale, si cerchi di fare gruppo, socializzare, creare chat in ogni momento per restare in contatto, quando nella realtà invece si cerca l'opposto. 
Lo dico con estrema amarezza perché spesso ormai ci si trova da soli a lottare contro mulini a vento moderni, e alla fine della battaglia poi si presentano orde di personaggi a chiedere conto dell'esito dello scontro. Succede così, purtroppo. 
Davvero il "perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione"? Davvero basta questo? Perché se fosse direi che stiamo affondando da parecchio tempo. 

lunedì 3 settembre 2018 27 vostri commenti

Sospesi


Noi genovesi siamo ancora là, sospesi tra i due monconi del ponte. Passando per quella zona si ha l'idea di essere osservati da quell'enorme blocco di cemento ora lasciato solo, una sorta di richiamo alla pietà, come se ci chiedesse di finirlo. 
Invece siamo fermi, nel vero senso della parola col pensiero a quelle 43 vite spezzate.
La circolazione verso il ponente è davvero problematica, prendere l'autostrada per Ventimiglia costringe molti ad attraversare la città. Ma non è solo un problema di traffico, stiamo parlando della vita delle persone. Parliamo di case che sono in attesa, anche loro sospese tra il tornare alla normalità e l'essere abbattute. Parliamo di lavoro, grande e piccoli negozi che rischiano di chiudere anche perché la psicosi del traffico tra prendendo sopravvento.
Nel frattempo stiamo assistendo al solito balletto delle colpe, cose già viste in Italia. E' strano vedere che ora molti usano la parola nazionalizzazione quando per anni al solo sentire una cosa del genere gridavano ai bolscevichi alle porte. 
Ma è un paese così questo, dove a Febbraio in una lettera si legge che il ponte non è sicuro ma nessuno fa niente. Sia chiaro nessuno escluso compreso l'attuale governo. Per non parlare di Autostrade, senza dimenticare gli amministratori regionali e comunali che ora gridano vergogna. Viene da chiedersi dove fossero in tutti questi anni. "Quel ponte è malato" molti lo dicevano a Genova ma non ricordo levate di scudi di nessuno colore. 
Ma qui ormai è sempre più difficile parlare, discutere, si va avanti a colpi di slogan, spuntano esperti in ogni angolo, completamente immersi in un'enorme fake news. 
E noi siamo li appesi.

martedì 14 agosto 2018 28 vostri commenti

Lacrime

Io e la mia famiglia stiamo bene. 
Il pensiero ora va a coloro che sono ancora sotto le macerie, alle loro famiglie e  al dolore che stanno provando in questo momento.
Sono passato da quel ponte ieri con la mia famiglia, ho amici che sono passati di lí qualche minuto prima del crollo.
Non ci sono parole, solo lacrime.
Poi verrà il tempo delle accuse, da anni dicono che quel ponte non era sicuro.
Un pensiero alle vittime.
Grazie a chi ha chiesto notizie di noi.

sabato 4 agosto 2018 11 vostri commenti

Due anelli e una cucciola


Quante strade abbiamo percorso insieme. Strette, ripide, in salita, per non parlare di quelle in discesa che sembrano più facili. Situazioni dove pensi di non aver bisogno d'aiuto ma una mano poi ti serve sempre, grande o piccola che sia. 
Erano gli anni 90, non c’erano i telefonini e i nomi delle persone che si incontravano si scrivevano sui diari, tornavi a casa e chiedevi se ti aveva cercato qualcuno. 

“Come ti chiami?” 
“Sonia”. 

Qualche settimana insieme a lavorare all’Università e poi un addio, o forse no. 
Perché spesso il destino si diverte ad incrociare le strade, a creare crocevia, a far nascere problemi per portarci verso situazioni inimmaginabili. Incontri sporadici in questa città che a volte sembra così piccola e una cartolina che ancora adesso ci osserva. 
Poi un semaforo. “Come stai?”. “Lasciamo perdere”. Io e quell’anno dove non sono stato da nessuna parte. Ma questa volta c’erano i cellulari e poi occhi così non si possono lasciare perdere. Una cena con tante, tantissime parole e un bacio là dove i turisti credono sia vissuto Colombo. 
La nostra prima minuscola casa con un maiuscolo affitto. 
Qualche anno dopo la nostra seconda casa con un maiuscolo mutuo. 
Poi quattro anni fa un ragazzo non troppo giovane con una maglietta del Portogallo, non originale, in pochi attimi diventava padre. Un diario di Kafka lasciato a mezzanotte su un letto perché quei calci nella pancia diventavano sempre più forti, la corsa in ospedale da neopatentato e poi gli Aerosmith. Si proprio loro, come una sigla iniziale del più grande spettacolo che stava per iniziare. 
Greta. 

“Come era appena nata? 
“Io me la ricordo blu”. Chissà magari colpa degli Aerosmith. 

Poi un Si anzi due, davanti ad un amico sindaco e un piccolo colpo di teatro tra amici veri. 
Il resto è tutto da scrivere. 
Due anelli e una cucciola. 
Buon compleanno Greta. 
Buon anniversario Sonia.


giovedì 2 agosto 2018 12 vostri commenti

Basta stringersi


Si, la mia vecchiaia probabilmente sarà così. 
Ricoperto da testi che non posso mettere via, accantonare o regalare, perché ognuno di loro rappresenta un momento della mia vita in cui un titolo, un'immagine, una curiosità o uno stato d'animo mi hanno portato a comprarli. 
Ci sono libri che ci colpiscono e in pochi attimi passano dallo scaffale di una libreria a quello del mobile di casa nostra. Una collocazione casuale e poi via, ripreso in mano chissà quando. Perché ogni libro ha il suo tempo, ogni testo sa perfettamente che prima o poi toccherà a lui essere letto. Basta sapere aspettare.
Per questo motivo noi accumulatori seriali di libri non possiamo liberare spazio. 
Per questo motivo non abbiamo più un comodino ma una nuvola di intenzioni di lettura. 
Per questo motivo appena vediamo una libreria siamo colti dall'irrefrenabile voglia di entrare "per dare solo un'occhiata" che si trasforma in almeno tre libri. 
Abbiamo un nemico comune. 
Lo spazio.
Combattiamo contro di lui tutti i giorni, immaginiamo mensole dove non potrebbero mai starci, cerchiamo di convincerci che "in fondo ancora qualche posto c'è", mentre gli altri magari di notte dormono o guardano la luna, noi scannerizziamo ogni metro quadro per individuare un buco di salvezza.
Qualcuno lo abbiamo messo da parte, forse perché non ancora pronti, forse perché troppo pronti o semplicemente perché non ci piaceva.
Grazie a loro però siamo stati in tutti i posti e in nessuno, facendo indimenticabili incontri. 
Per ogni pagina voltata un passo in più in una storia, una balena inseguita, un tesoro con quindici uomini, cattedrali mai finite, treni persi o porte chiuse.
In attesa del prossimo. 
Basta stringersi.

domenica 22 luglio 2018 28 vostri commenti

Abbiamo un compito. Ricordare.

Da 17 anni ormai alcune vie della mia città non sono più le stesse di prima. Quando passo nei luoghi del G8 non posso fare a meno di pensare a quei giorni. L'odore della paura, il rumore degli elicotteri, sguardi increduli, visi stanchi affaticati. 
In questi giorni ho letto parecchi commenti sprezzanti nei confronti delle manifestazioni che ogni anno si svolgono. Troppe persone hanno dimenticato, altre fanno finta di niente e altre ancora parlano di cose che non conoscono neppure. 
Ogni volta che passo in Corso Italia e vedo la salita che porta alla chiesa di San Pietro non posso fare a meno di pensare al corteo del 21 luglio ancora una volta caricato senza motivo. Non posso dimenticare i "black block" lasciati scorrazzare per la città, passare nel quartiere di Castelletto rivoltando completamente una strada, mentre la polizia caricava Manitese in piazza Manin. 
Ogni luogo è un ricordo. 
Corso Gastaldi trasformato in trappola, la deviazione in via Caffa. La strada della mia infanzia e piazza Alimonda che prima di quel giorno per me era solamente il luogo degli aperitivi con papà. 
Anche nei giorni precedenti durante il corteo dei migranti c'erano state cariche, botte schivate per pochi attimi, io e la fidanzata di allora assieme a migliaia di persone colorate. Ma non ci sembrava possibile. 
Il resto lo sappiamo, anche se molti dimenticano. Cariche su cariche, gente massacrata, tentativi di depistaggio in diretta in Piazza Alimonda con un improbabile "sei stato tu col tuo sasso". 
Carlo. 
Poi la sera del 21 l'incursione in stile Argentina anni 70 nella scuola Diaz quella dove mia nonna faceva la bidella, la stessa scuola dove mi portava a trovare le sue colleghe una volta in pensione.
Bolzaneto, la caserma degli orrori. Un salto temporale di 50 anni, riportati in pochi attimi al fascismo. 
Proprio nella nostra città.
Il resto è storia, quella che molti vorrebbero cancellare. Quella che molti hanno insultato promuovendo personaggi che avrebbero dovuto fare i conti con la giustizia. 
Abbiamo un compito. Ricordare.

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