Noi genovesi siamo ancora là, sospesi tra i due monconi del ponte. Passando per quella zona si ha l'idea di essere osservati da quell'enorme blocco di cemento ora lasciato solo, una sorta di richiamo alla pietà, come se ci chiedesse di finirlo.
Invece siamo fermi, nel vero senso della parola col pensiero a quelle 43 vite spezzate.
La circolazione verso il ponente è davvero problematica, prendere l'autostrada per Ventimiglia costringe molti ad attraversare la città. Ma non è solo un problema di traffico, stiamo parlando della vita delle persone. Parliamo di case che sono in attesa, anche loro sospese tra il tornare alla normalità e l'essere abbattute. Parliamo di lavoro, grande e piccoli negozi che rischiano di chiudere anche perché la psicosi del traffico tra prendendo sopravvento.
Nel frattempo stiamo assistendo al solito balletto delle colpe, cose già viste in Italia. E' strano vedere che ora molti usano la parola nazionalizzazione quando per anni al solo sentire una cosa del genere gridavano ai bolscevichi alle porte.
Ma è un paese così questo, dove a Febbraio in una lettera si legge che il ponte non è sicuro ma nessuno fa niente. Sia chiaro nessuno escluso compreso l'attuale governo. Per non parlare di Autostrade, senza dimenticare gli amministratori regionali e comunali che ora gridano vergogna. Viene da chiedersi dove fossero in tutti questi anni. "Quel ponte è malato" molti lo dicevano a Genova ma non ricordo levate di scudi di nessuno colore.
Ma qui ormai è sempre più difficile parlare, discutere, si va avanti a colpi di slogan, spuntano esperti in ogni angolo, completamente immersi in un'enorme fake news.
E noi siamo li appesi.






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