A volte basta un pezzo lanciato per caso alla radio per portarci indietro nel tempo. Immagini che ritornano alla mente in pochi istanti, come se fossero sempre stati lì dietro un angolo ad attenderci.
Cose che non torneranno più ma che sono sempre con noi a ricordarci come eravamo, con chi e cosa stavamo facendo.
In alcuni casi strappano un sorriso o un smorfia di malinconia ma rimangono comunque parte della nostra vita. Così in pochi istanti tornano in mente quelle giornate alla soglia dell'estate in cui i miei andavano a sistemare la cabina e io assieme a mio fratello, a volte anche da solo, a giocare al campetto che in quel momento, cosa rara, era totalmente a nostra disposizione.
Le sere che non volevamo lasciare lo stabilimento, perché non ne avevamo mai abbastanza di giocare, e chi ci portava a casa ci chiamava dall'altoparlante mentre noi facevamo finta di niente.
Gli anni della scuola. L'occupazione di quindici giorni, con tanto di blitz all'alba per entrare nelle aule per appendere i nostri striscioni, gli amori nati e finiti nel giro di una serata, le lacrime e la gioia per il casino che potevamo fare fino a sera. La tensione delle assemblee con un preside che ci voleva sbattere fuori e le minacce di una sgombero della polizia.
Le cene e i pranzi infiniti coi parenti che nemmeno Obelix sarebbe stato in grado di portare a termine. In pratica si finiva quando poi era ora di mettersi di nuovo a tavola per la cena.
Le uscite con gli amici e le ore infinite passate sotto l'orologio della Stazione Brignole per decidere dove andare.
Poi quella frase che dicevamo tutti quando tornavamo a casa. "Mi ha cercato qualcuno?" perché non c'erano chat, gruppi o liste per tenerci insieme, ma muretti, piazzette, cartoline e citofonate.








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