Sono stato ad un consiglio di classe.
Ho capito perché siam messi così.Ho sempre avuto difficoltà con l'asse a ginnastica, ho un lontano ricordo di tentativi di stare in equilibrio caduti nel vuoto. Passo dopo passo, braccia che ci aprono e si chiudono, concentrazione in mezzo alle risatine e poi gli ultimi passi per finire il percorso. Veloci, affrettati, che non portavano alla fine però.
Trovare l'equilibrio è la cosa più difficile nella vita. Spesso lo si cerca, si prova a raggiungerlo. Mindfullness, rilassamento, Yoga o semplicemente calma. Il famoso qui ed ora. Magari in alcuni casi è anche passato vicino a noi ma non ce ne siamo accorti. Eravamo di fretta. Già, la fretta. La nemica principale, quella che ci affolla il cervello e non permette di gustare l'attimo.
In teatro per stare in equilibrio mi hanno insegnato a guardare un punto fisso. E tutto passa. Certezze quindi, colonne, gambe del tavolo che sorreggono. E se mancano quelle? E' un problema. Trovare un sostituto non è facile anzi a volte impossibile, ci si accontenta oppure si va alla perenne ricerca di qualcosa.
“La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l'amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l'anima respira e grazie alla quale vive”, ha scritto Banaba Yoshimoto in Un viaggio chiamato vita.
I granelli sono preziosi, come il sorriso di mia madre ieri sera. Non compare spesso, ma quando arriva ti investe in pieno ed è una colonna di marmo.
Da tempo diciamo che in questo paese non esiste una sinistra, con ragione anche. Credo però sia doveroso iniziare a fare un ragionamento differente. Siamo così certi che ci sia tutta questa voglia di sinistra? Perché se storicamente andiamo ad analizzare il percorso politico italiano non abbiamo mai avuto un elettorato così indirizzato verso idee progressiste.
Unica eccezione sono stati gli anni 70 in cui il Partito Comunista aveva altissime percentuali ed era addirittura attaccato da sinistra per essere troppo di destra. Tutto il resto è Democrazia Cristiana, Pentapartito, Berlusconismo, Margherite, Renzismo, Lega, Fascisti e ora Meloni. Per non andare indietro e parlare del ventennio fascista.
Provate a parlare di patrimoniale in questo paese, provate.
Non basta l’indignazione di un post, troppo semplice, una rapidità che ormai ha creato una società pronta a mettere da parte velocemente storie come quella di Civitanova Marche.
Serve una rivoluzione culturale nel nostro paese, a partire dalle nostre famiglie, con i nostri figli. Far capire l’importanza dell’ascolto, del prendersi cura, dell’accoglienza, della solidarietà, della non violenza fisica e verbale, dell’empatia, del rispetto, della tolleranza, dell’educazione che passa anche attraverso piccoli gesti quotidiani nelle nostre famiglie.
Altrimenti c’è il baratro.
Sembra ancora di sentirlo quel rumore della chiave nella serratura. "E' papà" dicevamo quando tornavi dal turno in fabbrica. Per me era normale avere un padre che a volte dormiva di giorno. Mamma cercava in tutte le maniere di farci fare silenzio, ma noi eravamo come attratti, venivamo proprio a giocare davanti alla tua porta.
Chissà quante volte sarai stato stanco o arrabbiato magari per un corteo o altro, ma non hai mai portato dentro casa la fatica di quegli anni di lavoro e di lotta.
Così mi tengo stretto quel 1994 in treno coi tuoi compagni di reparto in viaggio per Roma alla manifestazione contro Berlusconi.
Le nostre litigate guardando il telegiornale perché io pensavo di cambiare il mondo, ma non sapevo nulla.
Quella sera che il tuo cuore ci ha fatto spaventare.
Le tue facce quando non trovavo mai la vite giusta da passarti.
I tuoi interminabili presepi.
I tuoi silenzi dopo il primo orecchino, dopo il secondo e la rassegnazione al terzo e ai tatuaggi.
Il tuo pronto intervento per coprire i miei danni dopo i tentativi di appendere un quadro.
La tua preoccupazione ogni volta che ti dico che sono in corteo.
Parliamo spesso ma non ricordo se ti ho mai detto grazie.
Per avermi insegnato il valore della famiglia, l'importanza di una visita, di una telefonata e della presenza di un padre.
Grazie per quella tuta blu che non ho mai indossato ma che sento addosso.
Grazie per avermi mostrato la via dell'onestà.
Grazie per la tua costante preoccupazione per tutti noi, anche se dovresti pensare anche a te.
Grazie per ciò che fai per mamma quotidianamente e per la tua famiglia, per come guardi e abbracci Greta e per quel "ciao ciccio" che mi accompagna ogni volta che lascio casa vostra.
Grazie per tutte le foto che ancora stampi.
Grazie per i tuoi racconti su Genova.
Grazie per darmi la sicurezza di un uomo dell'altro secolo.
Grazie per avermi insegnato il valore della lotta, l'importanza di battersi per i più deboli e del non lasciare mai indietro nessuno.
Grazie per avermi dato l'opportunità di dirti che ti voglio bene.
Da piccolo spesso mi chiedevano chi avrei voluto essere, non ho mai saputo dare una risposta certa, dopo 47 anni ora posso dirlo.
Vorrei essere te.
Buon compleanno Papà.
Settantacinque anni sono tanti? Non lo so. Se chiudo gli occhi mi passano davanti tante cose con un comune denominatore i tuoi occhi e il tuo sorriso contagioso.
Gli ultimi cinque sono stati in salita, una di quelle con pendenza massima, quelle che ti sconsigliano, da evitare. Ma noi non potevamo scegliere.
Sempre più spesso mi capita di pensare quanto sia importante durante la giornata incontrare gesti di gentilezza e praticarla al tempo stesso.
Eppure sono davvero pochi i momenti in cui la incrociamo.
Oggi in ambulatorio una paziente mi ha raccontato la storia di suo marito, un uomo con un problema visiva da anni, seguito da un medico che sul finire del suo percorso è riuscito a dirgli "lei cosa ci fa qui in ospedale... toglie il posto agli altri".
La cura non passa solo attraverso le medicine, i protocolli, la strumentazione, una laurea. E' anche ben altro, parole dette pensando che davanti si hanno persone, non numeri, o pedine da spostare.
Mi pare si stia perdendo la capacità di ascoltare il paziente, di parlare della malattia, di spiegare chiaramente. Accogliere non solo fisicamente ma verbalmente.
Spesso molti sottovalutano che certe frasi costruiscono già strade per una guarigione, altre invece le distruggono.
Definitivamente.
Non mi meraviglia la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti per quanto riguarda l'aborto, mi spaventa molto la mancanza di un movimento globale per la rivendicazione e la difesa di diritti che dovrebbero essere alla base di ogni società civile.
Non sono così convinto che le grandi conquiste ottenute anche qui in Italia siano al sicuro, ma non solo dalla politica attuale, anche dallo stesso popolo. Provate ad immaginare ora un referendum sull'aborto o sul divorzio. Non ho tutte queste certezze rispetto all'esito.
Su questo dovremmo anche riflettere.
Sono passati 28 anni da quella notte prima degli esami e a dirla tutta non ricordo più se quelle ore erano piene d’ansia o meno.
Ho un ricordo un po’ offuscato di quei banchi disposti a lisca nel corridoio della scuola, lo stesso dove facevamo casino durante l’intervallo, testimone di meravigliosi momenti durante l’occupazione.
Non scorderò mai quell’alunno di un’altra classe che andando in bagno aveva fatto mostra a tutti del Bignami sporgente nella tasca dei jeans. Pura poesia.
Il volto del presidente di commissione, le domande su Dante o il suo commento sul mio tema che definí ottimo ma “politicizzato”.
Noi non eravamo 4 ragazzi e una chitarra, anche se una c’era ma elettrica, eravamo un gruppo che non scorderò mai, una classe che ci ha trasformato in amici che ancora adesso si sentono e si vedono. Qualche segno del tempo scandito da battute che si ripetono. In fondo qualche parte di noi è ancora lì seduta in un banco a sperare nella domanda giusta, a sperare nello sguardo di quella ragazza o quel ragazzo, a sperare di avere sempre amici intorno e avere voglia di cantare e di cambiare.
In casa mia il momento del pranzo o della cena è sempre stato una sorta di rito. Primo, secondo, contorno e dolce immancabili. Impensabile sedersi e non mangiare una portata.
Ricordo ancora le pentole sul fuoco messe da mia madre, il ragù cucinato per ore "perché più cuoce più è buono", la quantità incredibile di pasta buttata per me e mio fratello, adolescenti con una fame interminabile. Per non parlare del minestrone freddo lasciato sulla tavola con il mestolo in mezzo come una sorta di spada nella roccia.
La domenica era il momento della pasta fatta in casa, un appuntamento fisso. Gnocchi, taglierini, taglierini verdi, tagliatelle, lasagne. Ci divertivamo ad aiutare nostra madre e in caso si facessero ravioli o tortellini anche mio padre, in onore delle sue origini emiliane. Un piccolo pezzo di pasta, la rondella per tagliare e via con la macchina per fare la sfoglia.
Poi quei piatti che ho ancora ben presente. Carne fritta al sugo, rotolo di carne tritata con uovo in mezzo, carne patate e prosciutto, patate al forno con la besciamella, trippe con patate e fagiolane, stoccafisso, spezzatino in bianco e al pomodoro. Un menù senza fine.
Si andava a mangiare fuori di meno, capitava nei momenti particolari, una festa, una ricorrenza, una riunione di famiglia. Il momento del pranzo era davvero importante nei preliminari. Mia nonna, che non sapeva cucinare, si occupava della tavola, i tovaglioli ognuno col suo portatovagliolo, i piatti, i bicchiere. Come potrei dimenticare l'acqua di Vichy, quando era ancora buona intendiamoci.
Profumi che non si possono dimenticare, che ancora adesso in parte ritrovo nei piatti che mio padre ha imparato a ripetere e io come lui ogni tanto provo, cercando di dare la giusta importanza al momento in cui ci sediamo davanti ad un piatto che oltre al gusto ha una storia.
"Si è utili anche quando si è in coma".
Queste le parole che un paziente mi ha detto qualche mattina fa. Una frase che comunque la si voglia leggere lascia un segno. Si parlava di inutilità, delle volte in cui si fanno i conti con la vita attuale e ci si sente meno utili. Quando gli altri ci fanno sentire inutili, oppure si ha solo la sensazione.
Parole che a volte escono anche a fatica dalla bocca di mia madre. Macigni che cadono su una giornata, pesanti da sostenere, come se ogni lettera che va a formare quelle parole ci desse una sorta di mazzata sulla schiena. Eppure è così.
Non so dove stia la verità, ma quello che posso dire è che a volte le prospettive di chi vive un dolore possono cambiare le considerazioni. Da figlio di una madre ora disabile ogni giorno le dico della sua utilità, ma capisco anche il suo stato d'animo di una donna che prima aveva il suo quotidiano fare e ora si trova a contare i minuti che passano.
Ciò che ci capita nella vita può effettivamente cambiarci. A volte ci prova, a volte resistiamo, a volte non capiamo, ma comunque accade qualcosa.
Non sono un campione dell'interpretazione degli errori ma diciamo che le cadute, le facciate o i disastri incontrati nel mio percorso mi hanno piano piano plasmato, una sorta di vaso che gira che cambia forma. In meglio o in peggio francamente non lo so. Navigo a vista, scruto l'orizzonte ma lo lascio lì e metto un piede dopo l'altro.
Una cosa sicuramente credo di avere imparato, cercare di non lasciare indietro nulla, dirsi tutto ed evitare i non detti che fanno sempre male. Ne ho ancora alcuni da scacciare e sistemare, conto di farlo prima o poi, senza rancore ma solo perché credo che certe parole lasciate a rimuginare dentro di noi alla fine poi facciano un po' come quella Coca Cola che scuotevamo prima che il nostro compagno la aprisse alle feste.
Meglio evitare, sicuro.
Non ho mai amato particolarmente le piante. Tutto è nato da un regalo fatto a mia moglie prima che iniziasse la pandemia. Un Bonsai di Acero verde per il suo compleanno.
Non avevo però tenuto conto di una cosa, mia moglie non aveva voglia di stargli dietro. Da lì è iniziato il mio rapporto con i bonsai. Piccole piante che racchiudono grandi segreti, necessitano attenzione e delicatezza. In una parola, cura.
Un po' come succede con i tatuaggi, uno chiama l'altro e ora sul mio poggiolo non c'è più spazio. Ho perso il conto.
Il resto lo ha fatto la pandemia probabilmente. Stare in casa per un po' ha risvegliato qualcosa che prima non conoscevo. Vedere il ciclo della vita in una pianta è affascinante, prendersene cura e magari fare qualche lavoro anche con tua figlia vicino.
Sono solo all'inizio, si fanno sbagli e purtroppo a volte si pagano con qualche Bonsai che si deve salutare. Ma attendo la meraviglia di una gemma che si fa vedere per la prima volta o un frutto che che la sera prima non c'era.
E respiro, tanto.
Oltre il nero
E' doloroso constatare quanto sia stato facile per molti passare ad un linguaggio di guerra. La semplificazione della sofferenza, la mancanza di pensiero per coloro che mossi dalle strategie del potere o vittime delle stesse perdono la vita ogni giorno.
Soldati costretti a combattere, altri che fuggono inseguiti dai mercenari, altri ancora che per la disperazione si suicidano. Donne e bambini che devono essere per forza spettatori di una orrenda realtà. La guerra è violenza vera, stupri, perdite umane, mutilazioni, orrori, genocidi e altro, purtroppo.
Mancano parole di pace e teste pensanti. Siamo accerchiati da piccoli uomini che giocano a fare i generali. In mezzo, come sempre, le persone in marcia verso la pace, profughi che chiedono aiuto.
Spaventa il far finta che in giro per il mondo non ci siano altre guerra, spaventa la finta accoglienza e quella che discrimina. Le frasi di certi politici che esultano perché la guerra farà bene alle nostre industrie o chi mette sullo stesso piano la pace e il condizionatore. Per non parlare di quelli che ora dicono di essersi occupati da sempre di chi chiede libertà.
Si diceva tempi cupi, ma qui siamo oltre il nero.
Non so se l'episodio dello schiaffo di Will Smith fosse preparato per il grande show miliardario. Non credo sia questo il punto. Sono dell'idea che trasmettere l'ennesima scena di violenza sia verbale da parte del comico (?) nei confronti di una persona malata, sia di Smith prendendolo a schiaffi, sia l'ennesimo esempio di brutalità della nostra società.
Una sorta di sfida all'O.K. Corrall, con il maschio super macho che si alza per picchiare chi ha insultato la sua donna.
Siamo ancora a questi punti. Una società che assiste ad una roba del genere e poi passa oltre come se niente fosse. Una specie di sintesi dei nostri giorni, in cui da anni, non da ora, assistiamo ad ogni tipo di violenza come se ormai facesse parte della quotidianità. Non parlo solo di quella fisica, ma anche verbale. Pensate ad esempio a tutti gli episodi che ogni giorno vediamo sulle strade.
Una deriva la nostra che rischia di portare una generazione dalla parte sbagliata, mettendo da parte le parole a vantaggio della prevaricazione.
Questa è una storia di ordinaria indecenza quotidiana. Una storia che probabilmente si sta ripetendo anche oggi.
La sensazione è quella di essere impotenti. Voler fare qualcosa, come spesso accade, quando assistiamo a tragedie come quella che ci sta scorrendo davanti agli occhi. Questo vale sempre, non solo ora. Penso ai Palestinesi, ai migranti, a tutti coloro che scappano da una guerra, dalla prepotenza, dalla violenza.
Ci sono immagini forti, che personalmente fatico anche a guardare. Forse perché sono padre e ho una figlia di sette anni. Mi hanno sempre colpito quelle immagini di bambini con occhi increduli di fronte all'odio, alle armi e alla distruzione. Occhi che dovrebbero vedere altro, sguardi che dovrebbero essere usati per scoprire il nuovo, il bello, il gioco, l'abbraccio.
Fa male tutto ciò, perché è incomprensibile come l'uomo continui a non capire, come il denaro porti a delle scelte scellerate e drammatiche per i popoli. Tutti.
Perché è di questo che stiamo parlando. Non esistono confini se non per i potenti e i governi che si autoalimentano grazie alle guerre. Non finirà mai finché non capiremo questo.
In ogni parte del mondo.
Sento e leggo dichiarazioni di politici che si mettono l'elmetto da lunedì a venerdì e poi nel week end marciano per la pace.
Le parole sono importanti e andrebbero usate con senso e soprattutto supportate da idee, fatti e valori.





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